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"De Vulgari Eloquentia": Libro I, 17-18

    Letteratura e teatro

    Il volgare che Dante desidera è «illustre», «cardinale», «regale» (aulico) e «curiale». Ma In Italia non esiste la «reggia» (perché non esiste un’unica corte sotto un unico Principe) e non esiste la «curia» (un’assemblea solenne che si occupi delle leggi e della giustizia); esistono però le sue membra – anche se «disperse» – costituite da tutte le persone che hanno in comune l’intelligenza e la sapienza. Solo gli uomini di cultura, quindi, possono elaborare la lingua volgare, che sarebbe usata nella corte d’Italia, se fosse unificata sotto un Principe. Per Dante l’unità linguistica e culturale anticipano e preparano l’unità politica.

     

    […] quando usiamo il termine “illustre” intendiamo qualcosa che diffonde luce e che, investito dalla luce, risplende chiaro su tutto: ed è a questa stregua che chiamiamo certi uomini illustri, o perché illuminati dal potere diffondono sugli altri una luce di giustizia e carità, o perché, depositari di un alto magistero, sanno altamente ammaestrare: come Seneca e Numa Pompilio. Ora il volgare di cui stiamo parlando è investito da un magistero e da un potere che lo sollevano in alto, e solleva in alto i suoi con l’onore a la gloria.

     

    […] E quale maggior segno di potere della sua capacità di smuovere in tutti i sensi i cuori degli uomini, così da far volere chi non vuole e disvolere chi vuole, come ha fatto e continua a fare? Che anche sollevi in alto con l’onore che dà, salta agli occhi. Forse che chi è al suo servizio non supera in fama qualunque re, marchese, conte e potente? Non c’è nessun bisogno di dimostrarlo.

     

    E quanto renda ricchi di gloria i suoi servitori, noi stessi lo sappiamo bene, noi che per la dolcezza di questa gloria ci buttiamo dietro le spalle l’esilio.

     

    Per tutto ciò è a buon diritto che dobbiamo proclamarlo illustre.

     

    E non è senza ragione che fregiamo questo volgare illustre del secondo attributo, per cui cioè si chiama cardinale. Come infatti la porta intera va dietro al cardine, in modo da volgersi anch’essa nel senso in cui il cardine si volge, sia che si pieghi verso l’interno sia che si apra verso l’esterno, così l’intero gregge dei volgari municipali si volge e rivolge, si muove e s’arresta secondo gli ordini di questo, che si mostra un vero e proprio capofamiglia.

     

    […] Quanto poi al nome di regale che gli attribuiamo, il motivo è questo, che se noi Italiani avessimo una reggia, esso prenderebbe posto in quel palazzo. Perché se la reggia è la casa comune di tutto il regno, l’augusta reggitrice di tutte le sue parti, qualunque cosa è tale da esser comune a tutti senza appartenere in proprio a nessuno, deve necessariamente abitare nella reggia e praticarla, e non vi è altra dimora degna di un così nobile inquilino: tale veramente appare il volgare del quale parliamo. Di qui deriva che tutti coloro che frequentano le reggie parlano sempre il volgare illustre; e ne deriva anche che il nostro volgare illustre se ne va pellegrino come uno straniero e trova ospitalità in umili asili, dato che noi siamo privi di una reggia.

     

    Infine quel volgare va definito a buon diritto curiale, poiché la curialità non è altro che una norma ben soppesata delle azioni da compiere; e siccome la bilancia capace di soppesare in questo modo si trova d’abitudine solo nelle curie più eccelse, ne viene che tutto quanto nelle nostre azioni è soppesato con esattezza, viene chiamato curiale. Per cui questo volgare, poiché è stato soppesato nella curia più eccelsa degli Italiani, è degno di essere definito curiale.

     

    […] Ora affermiamo che questo volgare, che è stato presentato come illustre, cardinale, regale e curiale, coincide con quello che si chiama volgare italiano. Infatti, come è possibile trovare un determinato volgare proprio di Cremona, così è possibile trovarne uno proprio della Lombardia […]. E come l’uno si definisce cremonese, e l’altro lombardo […], così questo, che appartiene all’Italia intera, si chiama volgare italiano. Di esso infatti si sono serviti i maestri illustri che in Italia hanno poetato in lingua volgare, come Siciliani, Apuli, Toscani, Romagnoli, Lombardi e uomini dell'una e dell'altra Marca.

     

    (De vulgari eloquentia, Libro I, cap. 17, §§ 2, 4-7; cap. 18, §§ 1-4; cap. 19, § 1, edizione e tradizione a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, 1979, corsivi nostri)

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