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"De Vulgari Eloquentia": Libro I, 16

    Letteratura e teatro

    Il volgare italiano è per Dante come la irraggiungibile pantera di cui parlano Aristotele e i Bestiari medievali: ovunque si avverte il suo profumo, ma nessuno riesce a trovarla e catturarla. In effetti nessuno dei dialetti individuati e analizzati da Dante può definirsi «illustre, cardinale, regale e curiale».

     

    Dopo che abbiamo cacciato per monti boscosi e pascoli d'Italia e non abbiamo trovato la pantera che bracchiamo, per poterla scovare proseguiamo la ricerca con mezzi più razionali, sicché, applicandoci con impegno, possiamo irretire totalmente coi nostri lacci la creatura che fa sentire il suo profumo ovunque e non si manifesta in nessun luogo.

     

    […] in quanto operiamo come uomini dell’Italia, ci sono alcuni semplicissimi tratti, di abitudini e di modi di vestire e di lingua, che permettono di soppesare e misurare le azioni degli Italiani. Ma le operazioni più nobili fra quante ne compiono gli Italiani non sono specifiche di nessuna città d’Italia, bensì comuni a tutte; e fra queste si può a questo punto individuare quel volgare di cui più sopra andavamo in caccia, che fa sentire il suo profumo in ogni città, ma non ha la sua dimora in alcuna. E tuttavia può spargere il suo profumo più in una città che in un’altra […].

     

    Ecco dunque che abbiamo raggiunto ciò che cercavamo: definiamo in Italia volgare illustre, cardinale, regale e curiale quello che è di ogni città italiana e non sembra appartenere a nessuna, e in base al quale tutti i volgari municipali degli Italiani vengono misurati a soppesati a comparati.

     

    (De vulgari eloquentia, Libro I, cap. 16, §§ 1, 4-6, edizione e tradizione a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, 1979)

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