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Da "Alcyone": "La pioggia nel pineto"

    Letteratura e teatro

    La pioggia nel pineto, come Sera fiesolana, fa parte della raccolta Alcyone ed è una testimonianza dell’aspirazione del poeta a fondersi e a identificarsi con la natura. D’Annunzio compone La pioggia nel pineto nell’estate del 1902 mentre si trova in Toscana, a Marina di Pietrasanta, nella splendida villa La Versiliana.

     

    La poesia è ambientata a Marina di Pisa – altra località della Toscana – in una pineta vicino al mare. Il poeta e la sua donna (chiamata Ermione[1]) stanno passeggiando fra gli alberi quando li sorprende un temporale estivo. Come nella Sera fiesolana, l’amante si rivolge alla donna che lo accompagna, invitandola ad ascoltare la voce della natura rinfrescata dalla pioggia estiva, per diventare, insieme a lui, tutt’uno con il creato.

     

    La struttura e le parole della Pioggia nel pineto hanno lo scopo di tradurre in un linguaggio comprensibile agli umani la musica creata dalla pioggia, una musica che sembra cantare l’eterna illusione dell’amore. Per trasformare le parole in musica, D’Annunzio fa ricorso a moltissimi espedienti che riguardano lo schema metrico, l’uso della rima e degli artifici retorici.

     

    La poesia è composta da 128 versi divisi in quattro strofe di 32 versi ciascuna; i versi sono sciolti, cioè non rispettano un numero preordinato di sillabe, ma ricorrono di frequente quelli composti da tre (ternari), sei (senari) e nove sillabe (novenari).

     

    Come in Sera fiesolana, i versi sono di lunghezza diversa e spesso – come i periodi (Ascolta, Taci, Odi?) – sono molto brevi o consistono in una sola parola(divini, silvani, ignude, leggieri, novella); rime e assonanze vengono distribuite senza seguire uno schema definito; ricorrono di frequente anafore (Piove, Ermione, E, Ascolta, che) ed epifore (si spegne, ripetuto tre volte nella terza strofa), allitterazioni (ciel cinerino, spirto silvestre, vita viventi, limo lontana, verde vigor), paranomasie (ombra/fronda), clausole ripetute con variazioni minime (secondo le fronde/più rade men rade, secondo la fronda/ più folta men folta).

     

    Ogni strofa, come una sinfonia, è organizzata con movimenti diversi: il preludio, dove il poeta si rivolge alla donna e la invita al silenzio per ascoltare la voce della natura; il tema, rappresentato dalla pioggia che cade nel bosco e dalla fusione dei due amanti con la vegetazione rigogliosa; la conclusione, con l’invocazione a Ermione: il nome della donna-dea, ripetuto e isolato in mezzo al verso, è un espediente che contribuisce a dare grande musicalità all’intero componimento.

    Prendiamo in esame la prima strofa.

     

    Su le soglie
    del bosco non odo
    parole che dici
    umane; ma odo
    parole più nuove
    che parlano gocciole e foglie
    lontane.
    Ascolta. Piove
    dalle nuvole sparse.
    Piove su le tamerici
    salmastre ed arse,
    piove su i pini
    scagliosi ed irti,
    piove su i mirti
    divini,
    su le ginestre fulgenti
    di fiori accolti,
    su i ginepri folti
    di coccole aulenti,
    piove su i nostri vólti
    silvani,
    piove su le nostre mani
    ignude,
    su i nostri vestimenti
    leggieri,
    su i freschi pensieri
    che l’anima schiude
    novella,
    su la favola bella
    che ieri
    t’illuse, che oggi m’illude,
    o Ermione.

     

     

    Taci, dice il poeta alla donna: non è più il momento di proferire parole umane ma di ascoltare le parole nuove pronunciate dalla pioggia (gocciole) e dalle foglie del bosco. La pioggia cade (Piove) sulla folta vegetazione elencata in ogni sua componente e definita con una particolare caratteristica: le tamerici che crescono in riva al mare, bruciate dal sole (arse) e impregnate di salsedine (salmastre); i pini, dalla ruvida corteccia a scaglie (scagliosi) e con le foglie simili a lunghi aghi appunti (irti); i mirti sacri a Venere, dea dell’amore (divini); le ginestre dai fiori gialli raccolti in mazzi (fiori accolti), luminosi come l’oro (fulgenti), i folti arbusti di ginepro, ricchi di bacche profumate (coccole aulenti). E man mano che il poeta e la donna si lasciano avvolgere dalla bellezza del bosco (piove sulle nostre mani/ignude, su i nostri vestimenti/leggeri) diventano parte di esso, mescolati e fusi con la pioggia e le piante (volti silvani); anche l’anima, come la natura, si rigenera e si rinnova (novella), i pensieri sono meno cupi, più leggeri (freschi) e si è capaci di gioire dell’amore come di una bella favola, anche se, come tutte le favole, è solo un’illusione.



    [1] Ermione, nella mitologia greca, è la figlia di Elena e Menelao. Nella realtà la donna di cui parla D’Annunzio è l’attrice Eleonora Duse, sua compagna in quel periodo.

     

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