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Le conseguenze di un bacio. L'episodio di Francesca

    Letteratura e teatro
    Gustave Doré, "Inferno", Canto V, acquaforte. Fonte: Wikimedia Commons

    Il seguente brano è tratto da: Lorenzo Renzi, Le conseguenze di un bacio. L'episodio di Francesca nella Commedia di Dante, Bologna, il Mulino, 2007, pp. 25-28.

     

    Tutti conoscono la storia del famoso bacio di Francesca e del suo anonimo compagno nella Divina commedia, canto V dell’Inferno (sì, anonimo, il nome di Paolo non compare nella Commedia, ma è diffuso dai commenti antichi e dalla «novella» che Boccaccio trae dall’episodio).

     

    Lasciamo da parte per il momento la fine tragica, l’assassinio dei due amanti che si baciano. Quanti baci ci sono nella letteratura italiana prima di questo bacio celeberrimo? E che baci sono? Per saperlo e sufficiente una breve navigazione in Internet: il gioco è presto fatto, e la nostra curiosità è saziata grazie all’OVI («Opera del vocabolario italiano»).

     

    I baci non sono naturalmente solo baci d’amore, e agli inizi della letteratura italiana ci vengono incontro soprattutto baci sulle mani di vescovi e di papi, baci di Giuda, cavalieri e signori che baciano la spada, lo scudo, che baciano la terra, fedeli che baciano i santi e la Madonna. In Dino Frescobaldi c’è un bacio in bocca, ma alla morte, «in segno di pace» secondo Contini. Ma per vedere cosa c’era nella letteratura italiana prima del bacio di Francesca nel canto V ci interessa sapere naturalmente quali e quanti sono i baci d’amore.

     

    Pochi baci – chi lo direbbe? – nella Scuola siciliana, che pure non si è occupata d’altro che d’amore, pochi baci di fronte a tanti pianti, lacrime e sospiri. Il presunto fondatore della scuola, Giacomo da Lentini, che ha ben nove sospiri, ha solo due baci sicuri, cinque contando anche una canzone di dubbia paternità. Un «bascio solamente» in Rinaldo d’Aquino, uno in Giacomino Pugliese e uno in una canzonetta anonima. Di questi baci, poi, solo due prendono forma, seppure sommariamente, narrativa, tutti e due in Giacomo da Lentini (ma nel secondo caso, come abbiamo detto, si tratta di un’attribuzione):

     

    ... rimembriti a la fiata

    quand’io t’ebi abrazzata

    a li dolzi baciarti».

    Ed io baciando stava

    in gran dilatamento

    con quella che m’amava,

    bionda, viso d’argento.

     

    ... e io ne so’ alegro e vivone gioioso,

    de l’amoroso - rimembrare ch’io faccio,

    quando in braccio - io vi tenia baciando,

    adomandando - lo comiato in sollaccio.

     

    Basci ed abracci una volta in Guittone, e una sola volta basciare (baseiando). Un solo bacio in Monte Andrea.

     

    Gli unici baci d’amore, più o meno contemporanei a quello di Francesca in Dante, sono quelli del Mare amoroso (una semplice bocca «per basciare»), dei due Guidi, Guinizzelli e Cavalcanti, e di Dante da Maiano. Infine uno nel Fiore, attribuito a Dante. Qui c’è più materia da trattare.

     

    Nel sonetto «Chi vedesse a Lucia un var capuzzo», Guido Guinizzelli esprime il desiderio di

     

    ... prender lei a forza, ultra su’ grato,

    e bagiarli la bocca e ’l bel visaggio

    e li occhi suoi, ch’en due fiamme de foco

     

    dove il fascino della bella biondina, che pare «figliuola d’un tuzzo» (tedesco, oltramontano, Contini), ispira al poeta l’idea di prenderla «a forza, ultra su’ grato». Un bacio contro la volontà della ragazza, e sarà poi solo un bacio? Rispetto a un proposito così ribaldo, appare debole il pentimento dell’ultima terzina («Ma pentomi...»).

     

    Nella Pastorella di Cavalcanti compare la coppia basciare ed abracciare:

     

    Merzé le chiesi sol che di basciare

    Ed abracciar, - se le fosse ’n volere

     

    ma i baci poi non sono rappresentati, né quello che sarà seguito; al posto di tutto ciò compaiono, con preziosa metonimia, dei fiori colorati:

     

    menòmmi sott’una freschetta foglia,

    la dov’i’ vidi fior’ d’ogni colore

     

    Come Cavalcanti, anche Dante da Maiano racconta di un incontro con una donna «di bella fazione», con una donna che ride (o sorride: «ridea la bella»: nel canto V dell’Inferno, che qui ci interessa, l’altro Dante parlerà con ardita metonimia del «disiato riso», v. 133). Anche qui una figura di reticentia, come già in Cavalcanti e come poi troveremo nel Canto V, ci nasconde quello che sara avvenuto dopo:

     

    ... dolcemente presila abbracciare:

    non si contese, ma ridea la bella.

    Così ridendo, molto la basciai:

    del più non dico, ché mi fé giurare.

     

    Interessante, infine, il bacio del Fiore: Amante, incoraggiato da Bellaccoglienza, bacia il fiore, e lo fa «con molto gran tremore». L’amante di Francesca la bacerà «tutto tremante» (Inf. V, 136): se il Fiore e suo, Dante avrebbe anticipato qui quanto avrebbe poi scritto nel canto V dell’Inferno.

     

    Le «prose di romanzi» arricchiscono di poco la rassegna dei baci letterari. II libro «galeotto» da cui leggono i due amanti di Romagna era, come si sa, in francese: ne parleremo in seguito, ma in questo piccolo regesto italiano il Lancillotto non ha posto. Resta il Tristano riccardiano, nel quale i baci d’amore appaiono in tre passi. Nel primo, una damigella figlia di re, pazza d’amore per Tristano, lo incontra in un corridoio cominciando ad «abracciare e basciare» il cavaliere (la coppia di verbi che abbiamo notato). Nel secondo passo, Tristano raggiunge nel suo letto la damigella dell’Agua della Spina, che lo bacia e lo abbraccia (lei lui), cosicché «fecero intranbidui loro volontade e lloro compimento d’amore» (nessuna «reticenza»). Nel terzo passo, Tristano ricorda il permesso ricevuto da Isotta la Bionda di «abracciare e basciare» Isotta dalle bianche mani: e cosi fa Tristano, la abbraccia e la bacia, ma niente di più.

     

     

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