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Centro di gravità permanente (F. Battiato), 1981

Arti
Franco Battiato. Foto di Fabio Gismondi. Fonte: Flickr. Licenza: CC-BY-NC-SA 2.0

«18556 Battiato è un asteroide della fascia principale. Scoperto nel 1997 presso l’osservatorio Astronomico di Sormano, presenta un’orbita caratterizzata da un semiasse maggiore pari a 3,0563695 UA e da un’eccentricità di 0,0118124, inclinata di 10,14026° rispetto all’eclittica. L’asteroide è intitolato al cantautore italiano Franco Battiato» (da Wikipedia).

Da Fetus (1971) a Inneres Auge (2009): quasi 40 anni di canzoni in costante evoluzione. Nel corpus sterminato dei brani di Franco Battiato musica e testo s’incontrano e scontrano alternando sperimentalismo (Pollution), giocosità (Cuccurucucu), impegno (Povera Patria), misticismo (L’ombra delle luce), romanticismo (La cura), uso del dialetto siciliano (Stranizza d’amuri), con un rigore stilistico e un rifiuto delle mode che si accompagnano ad un’orecchiabilità e ad un’eccentricità fuori della norma.

 

Centro di gravità permanente, tratto da La voce del padrone (1981), album milionario, resta nella memoria collettiva come uno dei testi simbolo (e più enigmatici) di Battiato. Un riuscito divertissement linguistico dai toni vagamente moraleggianti e dalle innegabili qualità commerciali.

La struttura è basata sulla contrapposizione (musicale e linguistica) tra brevi strofe formate da elenchi di personaggi non correlati, senza un vero sviluppo narrativo (come sequenze di un film surrealista) e un ritornello più lineare, veicolante il tema centrale del brano. Le strofe utilizzano molti degli stilemi della produzione del catanese: il multiculturalismo kitsch, il gusto dadaista per nonsense e accumulazione, la commistione di cultura alta e bassa, sacro e profano, la ricerca di un’autonomia frasale attraverso l’uso della costruzione paratattica, dell’asindeto, della sintassi nominale, i salti logici (le immagini stereotipate seguite dalle memorie dell’infanzia), la parsimonia nell’uso delle rime, le figure retoriche di suono (assonanza e allitterazione), l’assenza di punteggiatura, gli slittamenti tonali nel cantato (mùsica / musicà), il ricco impiego di toponimi, aggettivi etnici e di nazionalità. Potremo insomma notare una tensione “centrifuga”, una tendenza all’emancipazione del significante dal significato, come se Battiato volesse rifiutare gli stilemi della tradizione cantautorale italiana e, ad un livello più profondo, comunicare uno sforzo di crescita interiore e un certo disprezzo verso lo svilimento della cultura operato dalla contemporaneità. Nel ritornello c’è, come anticipato, un evidente cambio di stile: le rime sono presenti, la struttura della frase è ipotattica, si ripetono le figure di suono (la paronomasia di cerco/centro e l’allitterazione della r nel primo verso del ritornello), mentre l’uso di modi e tempi verbali, come il presente indicativo e il condizionale, indica la ricerca di un equilibrio non ancora raggiunto ma ormai all’orizzonte, una tensione “centripeta”, insomma (il titolo si riferisce alle teorie del filosofo e mistico russo-armeno Georges Ivanovi Gurdjieff).

 

Nel finale, in inglese, si scorge un altro degli stilemi di Battiato, il plurilinguismo (Stefanelli 2005), in questo caso giocoso (probabilmente una citazione di qualche canzonetta pop): over and over again, come a dire che per sopravvivere alla volgarità delle mode contemporanee si debba, instancabilmente, operare uno sforzo di autonomia e originalità (Cozzàri 2005).


Una vecchia bretone
con un cappello e un ombrello
di carta di riso e canna di bambù
capitani coraggiosi
furbi contrabbandieri macedoni
gesuiti euclidei
vestiti come dei bonzi per entrare a corte
degli imperatori
della dinastia dei Ming

Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente
-avrei bisogno di
cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente
Over and over again

Per le strade di Pechino
erano giorni di maggio
tra noi si scherzava a raccogliere ortiche
non sopporto i cori russi
la musica finto rock la new wave italiana
il free jazz punk inglese
neanche la nera africana

Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente
-avrei bisogno di
cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente
Over and over again
Over and over again
[...]


Luca Cozzàri
[Da: Italia linguistica: gli ultimi 150 anni, nuovi soggetti, nuove voci, un nuovo immaginario, a cura di Elisabetta Benucci e Raffaella Setti, Firenze, Le Lettere, 2011, pp. 95-96].

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