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Carducci “poeta minore”

    Letteratura e teatro

    Il premio Nobel Giosuè Carducci ricevette anche giudizi molto severi. Il critico letterario e storico Natalino Sapegno (1901-1990), ad esempio, in Ritratto di Manzoni e altri saggi (1949) lo definì poeta minore.

     

    Secondo Sapegno Carducci, giacobino e anticlericale in gioventù, infarcito di retorica e di nazionalismo nella maturità, rappresenta a pieno titolo l’involuzione che segna la vita culturale italiana al termine del processo di unificazione nazionale:

     

    Del resto la storia, che qui si è narrata, di un poeta, della sua ascesa e della sua decadenza, acquista un valore esemplare se noi la proiettiamo sullo schermo delle vicende sociali e politiche di quel periodo storico. Nel momento in cui la rivoluzione borghese del Risorgimento si avvia alla conclusione attraverso il compromesso monarchico, che assicurava alla classe vittoriosa un concreto vantaggio economico a patto di rinunciare almeno per il momento a risolvere fino in fondo i problemi sostanziali dell’indipendenza, dell’unità nazionale e della libertà democratica, negli strati più avanzati della piccola borghesia soprattutto intellettuale si manifesta un atteggiamento di delusione e di disgusto, affiorano rancori e proteste. Così, all’agitarsi confuso sul piano politico delle tendenze democratiche giacobine e garibaldine, libertarie e bakuniane, corrispondono, sul piano culturale e letterario, il rivoluzionarismo degli “scapigliati”, il giacobinismo e l’anticlericalismo del Carducci dei Giambi. A mano però che i termini del problema sboccano in un aperto conflitto di classi, con i primi moti contadini nel Nord e nel Sud, la costituzione delle leghe e la nascita di un partito dei lavoratori, assistiamo al rapido processo involutivo di queste correnti più avanzate della piccola borghesia, alla loro crescente paura, al loro progressivo distaccarsi dal blocco delle forze popolari per rimettersi pentiti al servizio dei gruppi più retrivi, ma più potenti, della classe dominante. Questa involuzione è evidente e documentabile in tutti i campi e gli aspetti della vita culturale letteraria e artistica italiana, ed evidentissima nel Carducci.

     

    A questa involuzione corrisponde, dal punto di vista dell’arte, un impoverirsi e un restringersi del lievito umano e poetico, un ristagno formale, un distacco sempre più grave dalla vita reale, che si risolve di volta in volta nel conformismo della retorica o nell’abbandono all’evasione e al sogno. In questo senso il Carducci fu veramente il poeta rappresentativo di un momento della nostra storia: il giacobino Carducci prima, e poi il Carducci retore e filisteo della fine del secolo. In lui s’aggiunse anche il carattere fin da principio tutto letterario, e pertanto più povero, più chiuso, più indiretto della sua esperienza rispetto, per esempio, a quella degli scapigliati. Eppure proprio questo Carducci precocemente decaduto fu, e in parte resta, il più ammirato. Questa singolare fortuna è incominciata quando l’Italia peggiore, quella dei salotti e delle accademie, dei professori e delle signore per bene, della retorica provinciale e della demagogia nazionalista, credette d’aver trovato finalmente il suo poeta e si riconobbe in lui. Ma questa ammirazione unanime in cui si trovavano e si trovano d’accordo cattolici e massoni, monarchici e mazziniani, e i retori di tutte le tinte e di tutte le razze, era la miglio prova della sua ambizione di vate, dell’inconsistenza del suo professato e ostentato magistero civile.

     

    A noi piace invece dimenticare questo Carducci dei giorni festivi e tornare, se mai, a rileggerci le scarse rime della sua stagione migliore, e ritrovare quel piglio  aggressivo, quella scontrosa tristezza, quella musica virile e un po’ impacciata, un po’ ingenua e goffa, in cui veramente possiamo riconoscerlo ed amarlo poeta. Poeta minore, abbiamo detto: e crediamo che sia l’unico modo di affermare con sincerità , e non per pigra consuetudine, le ragioni per cui il suo dono ancora vive in noi e il suo nome dura. Forse egli stesso, quando si paragonava ai più veramente grandi, ai classici, non avrebbe potuto e saputo sperare un riconoscimento maggiore .

     

    [Tratto con adattamenti da: Natalino Sapegno, Ritratto di Manzoni e altri saggi, Bari, Laterza, 1961]

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