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Basilicata: testi

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    da Tommaso Claps, A pie’ del Carmine. Bozzetti e novelle basilicatesi, Torino, Roux e Viarengo, 1906, pp. 13-14

     

    Correva uno spavento pel paese, come se fosse arrivata la fine del mondo.

     

    Nell'anno vi erano venuti a vendere la lettera di Gesù Cristo, - che una pastorella di Francia aveva trovata in una grotta sotto un sasso, scritta a caratteri d'oro rilucenti, da potersi a pena decifrare. L'aveva potuta leggere soltanto un santo eremita, dopo sette giorni di penitenza e di preghiera. - Questa storia andavano ripetendo alcuni girovaghi straccioni, tra una folla a bocca aperta, in ogni piazzale, colorando il racconto con immagini apocalittiche, atteggiando il viso ad un'espressione di terrore ed assumendo un fare umile ed untuoso da padri missionanti, chiamando i presenti col nome di fratelli, infondendo loro coraggio nel pensiero del perdono e della misericordia di Dio, se tutti si mettevano sulla buona strada.

     

    Allora era un arruffio di mani distese per dare il soldo e ricevere il foglio volante; un richiamarsi e un accorrere di comari ne' crocicchi delle vie e ne' portoni delle case; un radunarsi da torno a qualche ragazzo, che con voce tremula, sillabando lentamente e con la cantilena di scuola, leggeva intera la lunga e scorretta epistola celeste.

     

    In caratteri grossi v'era premessa tale e quale la storia, che il venditore aveva detta a mente; poi v'era incisa una grossa croce, da cui penzolava un Gesù agonizzante; ed infine, sotto un colossale «Diletti figli miei», veniva in caratteri più minuti, che a' poveri piccoli lettori facevan lagrimare gli occhi dalla fatica, tutta la sequenza de' peccati mortali commessi dagli uomini fin dal diluvio universale, che avevano ormai stancata la pazienza del Signore, la cui ira era imminente. - L'avvertimento divino, dato ad un'umile ed innocente creatura della terra, doveva valer la salvezza per tutti gli uomini di buona volontà, che avessero fatto contrizione de' peccati loro. Amen. -

     

    E le pie madri uscivano in sospiri, carezzando ed ammonendo i figliuoli; e le vecchie beghine invocavano la misericordia di Gesù Cristo, atterrite al pensiero di una morte subitanea senza il conforto de' santi sacramenti; e, per parecchi giorni, i poveri ragazzi, a sera, non allietavano il vicinato co' rumorosi loro giuochi.

     

    da Rocco Scotellaro, Vita di contadini del Sud (1953) (tratto da N. De Blasi, L’italiano in Basilicata, Potenza, Casa editrice Il salice, 1994, pp. 132-133)

     

    Infanzia Famiglia e scuola Dolore e Gioia e sacrifici della Mia Vita Mio Defunto di Mio Padre e Mia, Defunto di Mia Madre, Mio Padre onesto Lavoratore Giornalielo che quanto trovava la giornata presso terzo antava, e anche la Povera Defunta, Mamma, E, quanto mio Padre, non trovava la giornata se, ni antava e una Contrata che si chiama Mezzana! di Ferri, Probietà di Santoro Giovanni, il Povero, Padre lavorava il giorno, con la zappa e la sera ci Portava, la Fascia di, Legnia a dosso, o qualche ceppo, per farci riscaldare a noi, che eravami 4 Figli, e la, Povera, Mamma più di qualche sera lo antavo incontro per aiutarlo, e nella casa se viveva molto Povero, o quanto mi vieni impresso che qualche giorno ci mancava il Proprio Pane, e noi che ci crescevamo tutti lacerati, Povera mamma ci rattoppava i nostri intumenti, la notte, che la santa giornata ci antava in Campagna, e Io, arrivato di 6 Anni, mi mantarono, a scuola nella, casa non cera Potere di comprarmi neanche i Libri arrivato, alla 4, Elementare, non mi Potereno fare più Continuare, che mancava la Possibilità, di, 10, anni mi portarano per la Campagna, insegniantomi di fare le sarchiature al Grano, e altri Frumenti, e, quanto mio Padre antava a mietere, veniva anche la, Povera Mamma a spicolare e mi Portavano anche à mè, che raddunave le spighe di Grano, e mia Madre ci Portava la, sachetta attacato in cinta e io quanto li davo le spighe come si Consolava, o quanto si viveva Povero, non solo quanto era tempo della mietitura, mi Portava a spicolare ma quanto ancora Povero Padre e Madre, dopo la raccolto dell’ulivi, mi Portavano pure a spicolare le ulive e quanti inzulti, che ci sentevamo un giorno mia madre Pianceva, spicolava, e cera pure io, e altri due Donne che, un Probietario, venne che si chiamava Lorigi Giovanni, fu Luigi, li strappò quei Pochi olivi che ereno spicolati, tanto, alla Povera mamma e a questi Due Donne, e io, erav Piccino di 10, anni, come ricordo, la nostra Povertà, Poi io mi cominciò a farci grante e cominciò antare a lavorare presso terzo, facento le sarchiature al Grano, e Fave, cominciava a guadagniare pochi soldi, e il Pane che manciava, e Passanto deglianni mi fece solito, Giornaliero e il Popolo mi aclamavo, Primo, col Lodo di Dio, e mi sono insegniato tutti i mestieri in agricoltura.

     

    da Albino Pierro, Metaponto, Roma, Il nuovo Cracas, 1963, pp. 68-70.

     

    ’A maiestra

    Nun l’agghie viste cchiù ’a maiestra méja.

    Mo àt’’a i èsse vecchie

    o ié sùu sempe zinne

    si ónda na lettra

    m’he mannète nu vèse.

     

    Na giòvene cchiu bella

    Nun l’agghie cchiù ’cuntrète nda tant’anne:

    avì na faccia fina

    rusèta come ll’ostie

    quanne sònete ’a chiesia u matutine.

     

    Sintènne a zia meja

    ca mi liggìte ’a lettra

    avìje già turnète a lu paìse

    nda chille strèticèlle senza ’uce

    e supr’a quillu porc ca scamàite

    come avìssete ’nganne nu curtelle.

    E mi sfurràite ’a risa

    pinzanne a quillu màntice di carne

    ca si sfiatàite

    e a nui ca ’mpaurète

    ci avìme fatte tante su munzelle.

     

    Po le virìje nda ll’aria

    Tèle e quèle

    ’a faccicèlla rusèta

    come ll’ostie nd’’a chieisa quanne tràsete

    u sóue d’’a matine

    cch’i vitre d’i finestre culurète:

    schitte c’’a serannotte ier’ vicine

    e quillu scure ’urde c’arrivàite

    a cannete di fume

    da ’a porta annivrichète supr’’a strète,

    come ’a vucca d’u forne,

    già lle facìte i cose e chilla faccia

    arripicchiète e zinne ecchi na céra

    di chi ’ssìvite pacce.

     

    E pure u tauline

    addù stavìje appuggète

    i’èr’ come nu vrascére ca le tròvese

    cchi tante cruce, ’a matine,

    e ’a paletta di ferre, da un lète,

    nd’’a cìnnere arrifriddète.

     

    La maestra. Non l’ho più vista la maestra mia. Ora dev’essere vecchia o io sono sempre piccolo se oggi in una lettera mi ha mandato un bacio. Una giovane più bella non l’ho più incontrata in tanti anni: aveva una faccia fina, rosata come l’ostia quando suona la chiesa il mattutino. Ascoltando mia zia che mi leggeva la lettera, io ero già tornato al paese, in quelle stradine senza luce e sopra quel porco che strepitava inbrogliato in una fune sotto di noi come se avesse in gola il coltello. E mi veniva da ridere pensando a quel mantice di carne che si sfiatava e a noi che impauriti vi avevamo fatto un mucchio alto così. Poi la rivedevo nell’aria, tale a quale, la faccina rosata come l’ostia nella chiesa quando entra, attraverso i vetri colorati della finestra, il sole del mattino. Solo che la notte era quasi vicina e quello scuro sporco che arrivava come a cannate di fumo dalla porta annerita sulla strada come la bocca del forno, già faceva le cose e quella faccia piccole e grinzose e con l’espressione di chi impazzì. E pure il tavolo dove stavo appoggiato era come il braciere che trovi con tante croci, il mattino, e la paletta di ferro, da un lato, nella cenere fredda.

     

    da Francesco Vaccaro Terremoto in Lucania (1981), tratto da L’italiano nelle regioni. Testi e documenti, a cura di Francesco Bruni, Torino, Utet, 1994, pp. 747-748.

     

    Capitolo 2°

    Quella domenica 23 novembre, la cena fu consumata un poco prima del solito, dato della presenza dei miei familiari per avere più agio a tornare alle loro case. Avevamo finito di mangiare verso le sette circa, stavamo ancora intorno al tavolo, guardando un film poliziesco, quando ad un tratto, alle ore 19’34 precise, sentiamo il tavolo allontanarsi sotto i gomiti come se qualcuno volesse portarlo via e giocarsi di noi. IL nostro sguardo si rivolse verso l’alto e scoprimmo i lampadari che giocavano all’altalena, vedendo ciò uscì da noi un’unico grido; trema, trema! IL terremoto, usciamo fuori; e di corsa verso l’uscita, passando l’uscio ci trovammo sul balcone, nell’uscire fuori si ripete una seconda volta più forte della prima, spaventosa, terribile, sembrava che tutto crollasse, Camminavamo come se sotto ai piedi ci fosse il vuoto e a fatica riuscimmo a raggiungere il pianerottolo scendendo le scale, l’inferriata della loggia, vagiva con gran rumore e fragasso come se un essere supremo «e lo era» volesse strapparla via. Nell’uscire, verso l’alto delle montagne dove c’è il telegrafo dello stato vedemmo divampare un enorme folgore di fiamme di fuoco altissime, molto sviluppato, sembrava che usciva dalle viscere della terra, montagne di fiamme illuminarono a giorno tutto quell’orizzonte; tutto ciò durò per pochi secondi, poi sparì portandoci via la corrente elettrica. Arrivando nello spiazzo avanti casa terminò tutto quel tremendo fragore e ci trovammo a luci spente. Si ricorse ai ripari di emergenza, cioè con dei ceri di candele. La prima cosa che ci venne dal nostro pensiero e col terrore al cuore fu quello di osservare, se tutti i fabbricati fossero in piedi, e noi tutti con la grazia Divina tutti illesi. Decidemmo poi di rientrare in casa al pian terreno. La prima cosa fu di ringraziare il Signore con la preghiera e con il santo rosario, sembrava che tutto andasse bene e normale, ma a metà Rosario mia figlia Donatina, era stata la più coraggiosa, all’improvviso svenne cascando al suolo, fu da noi soccorsa e portata fuori nello spiazzo dalla mamma che cercò con tutti i mezzi necessari e possibili per tirarla su di morale, mentre il resto di tutti noi terminammo le preghiere e la recita del rosario. DOPO uscimmo fuori e dalla città si sentivano le sirene fischiare delle autombulanze con suoni sonori e continuati di clacson di macchine in gran numero uscire dalla città; prendendo le vie delle campagne, pensavamo si a qualche disastro, ma non tanto pesante e di poco conto, ma non è stato così paesi interi rasi al suolo.

     

    da Gaetano Cappelli, Tre mestieri sentimentali, in Italiana. Antologia dei nuovi narratori, Milano, Mondadori, 1991, pp. 126-130.

     

    Dopo un'ora è lì che mi aspetta davanti la scuola. Andiamo verso casa sua. È una di quelle “ville” grandi come condomini, grigie d'intonaco, che stanno nella parte bassa del paese. Ci fermiamo sul cancello. Dice: “Dietro ci faccio un campo da tennis, o la piscina per mia figlia. Nasce tra poco. Ancora è tutto in disordine, ma tra qualche anno vedi”.

     

    C'è la moglie in cucina. Ha una panza da settimo ottavo mese, stretta in un pantacollant leopardato. Intorno agli occhi una matita viola, i capelli a cespuglio come Bigud. Si asciuga con uno strofinaccio, mi dà la mano, mi parla con il voi. Lui la guarda infastidito. Le dice: “Intanto prepara un aperitivo a me e al professore”. Dice “professore” come direbbe sua eccellenza. Mi prende per il braccio e mi porta in giro per la casa. Sono tre piani, due ancora in costruzione. Ci saranno roba come quindici stanze piccole come celle e sei bagni. […]

     

    Casa di Vito è tappezzata di poster di Hendrix e ha le pareti verniciate di rosso, ma è accogliente lo stesso con il pavimento di legno – è piacevole camminarci sopra scalzi – e questa finestra proprio sulla vallata. Leggo qualche libro. Hesse. Ho da scegliere nella bibliografia intera. Ci sono pure Castaneda, Ginsberg, Kerouac. È la biblioteca di Vito. E devo passare il tempo. Me ne sto lì a sentire Radio sud e fumo e bevo, nell'attesa. Vito è veramente ospitale – tutti sono molto ospitali qui – mi ha riempito il frigo di Amaro Lucano. [...]

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