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"Arsenio"

    Letteratura e teatro

    La poesia, scritta nel 1927, fa parte della sezione Meriggi e ombre di Ossi di seppia e porta il nome del protagonista, Arsenio, un uomo come tanti altri. Al mare, durante un temporale, Arsenio intuisce che la sua vita monotona e uguale potrebbe essere diversa, sconvolta e trasformata dal cambiamento. Ma la paura dell'ignoto frena le sue profonde emozioni, lo ringhiotte e lo riporta alla cenere della vita di sempre, comune a tutti gli uomini e all'universo. 

     

    I turbini sollevano la polvere

    sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi

    deserti, ove i cavalli incappucciati

    annusano la terra, fermi innanzi

    ai vetri luccicanti degli alberghi.

    Sul corso, in faccia al mare, tu discendi

    in questo giorno

    or piovorno ora acceso, in cui par scatti

    a sconvolgerne l’ore

    uguali, strette in trama, un ritornello

    di castagnette.

     

    E’ il segno d’un’altra orbita: tu seguilo.

    Discendi all’orizzonte che sovrasta

    una tromba di piombo, alta sui gorghi,

    più d’essi vagabonda: salso nembo

    vorticante, soffiato dal ribelle

    elemento alle nubi; fa che il passo

    su la ghiaia ti scricchioli e t’inciampi

    il viluppo dell’ alghe: quell’istante

    è forse, molto atteso, che ti scampi

    dal finire il tuo viaggio, anello d’una

    catena, immoto andare, oh troppo noto

    delirio, Arsenio, d’immobilità…

     

    Ascolta tra i palmizi il getto tremulo

    dei violini, spento quando rotola

    il tuono con un fremer di lamiera

    percossa; la tempesta è dolce quando

    sgorga bianca la stella di Canicola

    nel cielo azzurro e lunge par la sera

    ch’è prossima: se il fulmine la incide

    dirama come un albero prezioso

    entro la luce che s’arrosa: e il timpano

    degli tzigani è il rombo silenzioso.

     

    Discendi in mezzo al buio che precipita

    e muta il mezzogiorno in una notte

    di globi accesi, dondolanti a riva, -

    e fuori, dove un’ombra sola tiene

    mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita

    l’acetilene –

    finché goccia trepido

    il cielo, fuma il suolo che s’abbevera,

    tutto d’accanto ti sciaborda, sbattono

    le tende molli, un frùscio immenso rade

    la terra, giù s’afflosciano stridendo

    le lanterne di carta sulle strade.

     

    Così sperso tra i vimini e le stuoie

    grondanti, giunco tu che le radici

    con sé trascina, viscide, non mai

    svelte, tremi di vita e ti protendi

    a un vuoto risonante di lamenti

    soffocati, la tesa ti ringhiotte

    dell’onda antica che ti volge; e ancora

    tutto che ti riprende, strada portico

    mura specchi ti figge in una sola

    ghiacciata moltitudine di morti,

    e se un gesto ti sfiora, una parola

    ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,

    nell’ora che si scioglie, il cenno d’una

    vita strozzata per te sorta, e il vento

    la porta con la cenere degli astri.

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