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"Alexandros"

    Letteratura e teatro

    Per la figura di Alessandro Magno Pascoli attinge alle leggende medievali che lo descrivono come un eroe animato da un grande desiderio di conoscere che lo spinge a cercare e sfidare l'ignoto. Il poeta, però, gli attribuisce soprattutto le sue inquietudini di uomo moderno: il rimpianto della giovinezza, quando tutto era ancora da vivere e da scoprire, la perdita delle illusioni, il sentimento incombente della morte. Alexandros è un eroe romantico che ricerca l'assoluto e rimane sempre deluso dalla realtà, sempre inadeguata rispetto al sogno; ma è anche un eroe decadente per i turbamenti che lo agitano e per l'attrazione verso l'ignoto e il mistero.

     

    La poesia è percorsa da continui e sottili rimandi e fa un grande ricorso al non detto, all'indefinito. Si articola in sei sezioni, le prime 4 contengono il discorso di Alessandro ai soldati provenienti da vari popoli che lo hanno accompagnato nelle conquiste: i fanti della sua guardia (Pezetéri), i mercenari della Caria (mistofori di Caria), i soldati giunti dalla catena dei Balcani (venuti dall'Haemo) e dal monte Carmelo in Palestina; le ultime due riferiscono i pensieri del re e l'immagine della sua famiglia lontana. In Alexandros Pascoli utilizza parole rare (brocchier, mistofori, pezetéri,nomo, auleta) e riproduce i nomi greci nella loro grafia originale (Haemo, Amynta, Timotheo, Olympiàs), confermando la sua grande attenzione per i dettagli e per i preziosismi del linguaggio.

     

    Alessandro è giunto all'estremo confine orientale della terra (il Fine): ormai tutto il mondo è suo, l'unico luogo non ancora conquistato è la luna, che brilla in mezzo agli scudi (brocchier) dei soldati:

     

    — Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
    Non altra terra se non là, nell’aria,
    quella che in mezzo del brocchier vi brilla,

    o Pezetèri: errante e solitaria
    terra, inaccessa. Dall’ultima sponda
    vedete là, mistofori di Caria,

    l’ultimo fiume Oceano senz’onda.
    O venuti dall’Haemo e dal Carmelo,
    ecco, la terra sfuma e si profonda

    dentro la notte fulgida del cielo.

     


    Alessandro ricorda il lungo cammino compiuto prima di giungere ai confini della terra. Quanti fiumi (fiumane che passai!) ha attraversato, quanti monti, azzurri come il cielo e il mare! Eppure una volta varcate, lo spazio che appare dalla cima delle montagne non è grande come quello immaginato quando, con la loro mole, ne impedivano la vista (invidiate). Sarebbe stato meglio fermarsi (ristare), continuare a sognare: la realtà (Vero) ha confini che la limitano, mentre il sogno, come l'ombra che essa proietta, si dilata all'infinito. Il re dei Macedoni capisce di essere stato più felice quando aveva ancora prove da affrontare (cimenti), dubbi da sciogliere, un ignoto destino a cui andare incontro e ricorda con nostalgia le sere in cui da ragazzo, nella città di Pella, inseguiva il sole in groppa al suo cavallo Bucefalo (in greco questo nome significa Testa del toro, Capo di toro).

     


    II
    Fiumane che passai! voi la foresta
    immota nella chiara acqua portate,
    portate il cupo mormorìo, che resta.

     

    Montagne che varcai! dopo varcate,
    sì grande spazio di su voi non pare,
    che maggior prima non lo invidïate.

     

    Azzurri, come il cielo, come il mare,
    o monti! o fiumi! era miglior pensiero
    ristare, non guardare oltre, sognare:

    il sogno è l’infinita ombra del Vero.

     

     

    III

    Oh! più felice, quanto più cammino
    m’era d’innanzi; quanto più cimenti,
    quanto più dubbi, quanto più destino!

     


    Ad Isso, quando divampava ai vènti
    notturno il campo, con le mille schiere,
    e i carri oscuri e gl’infiniti armenti.


     

    A Pella! quando nelle lunghe sere
    inseguivamo, o mio Capo di toro,
    il sole; il sole che tra selve nere,

    sempre più lungi, ardea come un tesoro.

     

     

    Quando Alessandro, nipote del re Amynta, aveva iniziato le sue conquiste non conosceva la meta. Timotheo, il suonatore di flauto (auleta), intonava un canto sacro (nomo) che, come un soffio possente lo spingeva a seguire il cammino voluto dal fato (fatale andare), sfidando anche la morte. E questo canto lo sente ancora nel cuore, si sente il rumore del mare (murmure di mare) accostando all'orecchio una conchiglia. Ma ormai è giunto al Fine e non può più obbedire al canto di Timotheo che lo spinge ad avanzare ancora:

     

    IV

    Figlio d’Amynta! io non sapea di meta
    allor che mossi. Un nomo di tra le are
    intonava Timotheo, l’auleta:


     

    soffio possente d’un fatale andare,
    oltre la morte; e m’è nel cuor, presente
    come in conchiglia murmure di mare.

     

    O squillo acuto, o spirito possente,
    che passi in alto e gridi, che ti segua!
    ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente...

    e il canto passa ed oltre noi dilegua. -

     

     

    Alessandro termina il suo discorso ai soldati e tace. Adesso a parlare è il poeta, che ci descrive l'eroe mentre lacrime cocenti scendono dall'occhio azzurro come il cielo e dall'occhio nero come la morte. Secondo la leggenda Alessandro aveva occhi di colore diverso; Pascoli la riprende e le attribuisce un significato nuovo. Gli strani occhi diventano simboli di un conflitto interiore: l'occhio nero rappresenta la speranza (lo sperar) di aver ancora tanto da scoprire e da conoscere, una speranza destinata a diventare sempre più debole (più vana); l'occhio azzurro è l'immagine del desiderio (il desiar), della voglia di andare “oltre” che diventa sempre più forte e può solo restare inappagata: il mondo è pieno di mistero, di forze sconosciute e inarrestabili che neppure il re dei Macedoni arriverà mai a dominare (ode forze incognite, incessanti/ passargli a fronte nell'immenso piano). Da questo contrasto insanabile nasce il tormento che fa piangere il re dei Macedoni:

     

    V
    E così, piange, poi che giunse anelo:
    piange dall’occhio nero come morte;
    piange dall’occhio azzurro come cielo.


     

    Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
    nell’occhio nero lo sperar, più vano;
    nell’occhio azzurro il desiar, più forte.


     

    Egli ode belve fremere lontano,
    egli ode forze incognite, incessanti,
    passargli a fronte nell’immenso piano,

    come trotto di mandre d’elefanti.

     

     

    Anche per il grande Alessandro l'unico luogo sicuro è il nido lontano, la casa familiare, dove le vergini sorelle, filando la lana, attendono che il dolce Assente faccia ritorno. Ma il tempo e la vita se ne vanno velocemente (il vento passa e passano le stelle) anche sul nido aleggiano fantasmi di morte: le dita delle sorelle sono pallide come la cera (ceree), la madre fa sogni oscuri e, nella notte oscura che tutto avvolge e inghiotte (cava ombra infinita) ascolta inquieta la voce (favellìo) misteriosa della fonte e il mormorare sommesso (bisbigliar) delle querce:

     


    IV
    In tanto nell’Epiro aspra e montana
    filano le sue vergini sorelle
    pel dolce Assente la milesia lana.


     

    A tarda notte, tra le industri ancelle,
    torcono il fuso con le ceree dita;
    e il vento passa e passano le stelle.

     

    Olympiàs in un sogno smarrita
    ascolta il lungo favellìo d’un fonte,
    ascolta nella cava ombra infinita

     

    le grandi quercie bisbigliar sul monte.

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