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9. Le migrazioni interne e l'urbanizzazione

Migrazioni
Vendita di lumache siciliane a Torino. Foto di M. Ravani e S. Ficarra, 1982

Nel corso degli anni cinquanta del Novecento la ripresa vigorosa dell'esodo all'estero non frenò gli spostamenti interni: dalle campagne e dalla montagna verso le città, dalle regioni del Nord-Est verso le aree più industrializzate del Nord-Ovest. Protagonisti di questi spostamenti furono sia uomini sia donne - ricordiamo, ad esempio, la consistente migrazione femminile veneta. La principale ondata si ebbe dal Meridione verso il Settentrione. Si trattò di migrazioni prevalentemente definitive. La distribuzione demografica del Paese subì la più importante modificazione di tutta la sua storia: dal 1955 al 1970 quasi 25 milioni di persone si spostarono sul territorio. Circa 20 milioni di questi spostamenti furono di breve raggio, cioè tra comuni e province della stessa regione, mentre il resto riguarda i movimenti tra regione e regione.

 

Nei cinque anni del «miracolo economico», dal 1958 al 1963, oltre 9.000.000 persone lasciarono il Mezzogiorno. Nel solo 1958 i comuni del cosiddetto triangolo industriale acquisirono 69.000 nuovi residenti, giunti dal Meridione. Ma quando, nel 1961, venne finalmente abrogata la legge contro l'emigrazione, i nuovi residenti divennero oltre 200.000. I due fenomeni concomitanti, l'abbandono delle campagne e delle montagne e l'esodo dal Sud contribuirono all'esplosione demografica delle città: Milano passò da 1.274.245 abitanti del 1951 a 1.681.045 del 1967; negli stessi anni Torino passò da 719.300 abitanti a 1.124.714, mentre i comuni della cosiddetta «cintura» incrementavano dell'80 per cento la loro popolazione. La regione che primeggia per numero di arrivi nel corso degli anni cinquanta è la Puglia, che da sola fornisce il 20 per cento degli immigrati a Torino (esclusi quelli piemontesi): segue la Sicilia (con l’11 per cento degli immigrati) e poi Calabria e Campania (7 per cento). Il decennio successivo rafforza questa tendenza distributiva: i pugliesi giunti a Torino negli anni sessanta furono quasi 90 mila, seguiti da oltre 70 mila siciliani, 35 mila calabresi e 30 mila campani.

 

Anche Roma funzionò da magnete di questo esodo epocale: la sua popolazione passò da 1.650.754 abitanti del 1951 a 2.614.156 del 1967. I nuovi arrivati provenivano, oltre che dal resto del Lazio, dalla Puglia, dall'Abruzzo e dalla Campania e dalla Sardegna.

 

A partire dagli anni novanta il fenomeno sembra riprendere intensità. Gianfranco Viesti ha individuato il 1999 come l’anno della svolta, quando 160.000 persone si sono trasferite dal Mezzogiorno al Centro-Nord, mentre sono state circa 84.000 quelle che hanno compiuto il percorso inverso, con un saldo negativo dunque di oltre 75.000 unità. Il trend si è poi mantenuto costante negli anni successivi. Le regioni più colpite sembrano essere la Calabria, la Campania e la Basilicata.

 

Una delle caratteristiche di questa nuova emigrazione è la forte componente giovanile. Stando alle statistiche della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, la Torino fordista e post-fordista sembra attrarre meno rispetto al Nord-Est, all’Emilia o alla Lombardia. 

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