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8.3. Gabriele d’Annunzio, il Poeta del Brand

Moda e design
Gabriele D'Annunzio

“È indubbio che a cominciare dal Piacere […] d’Annunzio va allestendo invitanti vetrine”, con queste parole Annamaria Andreoli, fra i massimi conoscitori dannunziani, ne sottolinea la capacità di costruttore d’immagine dalla scaltrezza di un sociologo “attrezzato”: “Davanti ai suoi occhi”, continua, “sfila l’esordiente – da noi – società dei consumi, con tutto ciò che comporta di edonismo e di effimero. La folla comincia a gremire la città il cui volto va colorandosi di lucide reclame e dove la moda, al pari delle epidemie è determinata da un contagio intorno al quale d’Annunzio s’interroga. L’industria e le regole del mercato non lo atterriscono […]. La piazza è lì che attende. Fra il prodotto e il fruitore non si colloca intanto, decisivo, il potere della parola, capace di caricare di fascino ciò che bisogna vendere?”. Chi meglio di lui può trovare parole per diffondere quel suo vivere inimitabile? “Il dannunzianesimo ha le radici proprio nell’acuta e precoce diagnosi che d’Annunzio sa formulare intorno alla realtà in cui vive, dominata dall’implacabile legge della domanda e dell’offerta”: i bisogni non vanno solo compresi, dobbiamo anche imparare a sollecitarli e a saper trasformare i consumatori in “amatori”.

 

Amatore” lui lo era senz’altro, e per gli abiti e i relativi accessori aveva una passione speciale e non di rado la sua creatività si applicava volentieri ad attività decorative, come dimostrato dagli arredi delle sue dimore che curava amorevolmente pezzo per pezzo: dagli artistici ferri battuti di Mazzuccotelli, ai vetri di Murano dai Barovier a Alessandro Martinuzzi, anche i “falsi” statuari erano siglati dalla premiata Manifattura di Signa e poi … tavole apparecchiate Richard-Ginori, tappezzerie e tessuti a profusione, vero monumento ai vari Ferrari, Lisio … solo per limitarci all’alto artigianato autoctono.

 

Fra le sartorie italiane spiccano la ditta Prandoni con gli abiti di Giovanni Battista Rosti, la sartoria Cellerini di Firenze, il milanese Mario Pozzi, i gioielli di Buccellati, le calzature di Mantelatici & Volpi .… Un pezzo di storia del Made in Italy racchiusa nelle stanze, come negli armadi del Vittoriale. E nel garage ,un autentico status symbol: un'Isotta Fraschini, automobile per eccellenza.

Dappertutto spiccava il “marchio di fabbrica”, la sua griffe: dai fazzoletti di seta écru ricamati “G.d’A”, ai bottoni personalizzati e, ovviamente, allo strumento di lavoro del “grafomane”, la pregiata carta a mano di Fabriano, fabbricata appositamente e marchiata “con il motto del momento. Delle sue opere di Stilista - teatro, come delle illustrazioni per i suoi libri, curava personalmente ogni dettaglio. Regia, scenografia, costumi: i suoi pur geniali collaboratori, da Michetti a De Carolis, da Fortuny a Cambellotti, erano inondati da messaggi con richieste puntuali, spesso corredate da “schizzi” altrettanto eloquenti. Da stilista si dilettò a ideare abiti per le sue compagne, e non poteva certo rinunciare a un profumo a sua immagine, l’Acqua Nunzia, appunto, un equilibrio di aromi fioriti e spezie orientali dalle testate qualità afrodisiache, che forse sarebbe piaciuta più adesso di allora.

Ma l’elemento che non dovrà mai mancare al Dandy divenuto promoter, è la firma d’autore. Già un semplice tessuto, pur prestigioso, scelto di sua mano per esser donato a un’amante o a un amico, richiedeva un riconoscimento che lo nobilitasse: Gabriel Nuncius Vestiarius Fecit.