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8.2. Stile dannunziano e Roma umbertina

Moda e design
Dante Gabriele Rossetti, Lady Lilith

Io sono un animale di lusso”, e quel lusso schiarisce il cervello e accende la fantasia: “Io ho, per temperamento, per istinto, il bisogno del superfluo. L’educazione del mio spirito mi trascina irresistibilmente verso l’acquisto delle cose belle. Io avrei potuto vivere in una casa modesta, sedere su seggiole di Vienna, mangiare in piatti comuni […], soffiarmi il naso in fazzoletti di Schostal o di Longoni. Invece, fatalmente, ho voluto divani, stoffe preziose, tappeti di Persia, piatti giapponesi, bronzi, avorii, ninnoli, tutte quelle cose inutili e belle che io amo con una passione profonda e rovinosa …” (d’Annunzio)

 

Poeta, romanziere, drammaturgo, politico, eroe, pubblicista e pubblicitario, “decoratore”. Si dice che incarnò lo spirito di un’epoca, ed è senz’altro vero che personificò l’assunto per il quale non c’è vera cultura e vero progresso se non attraverso la circolazione delle idee, idee che si nutrono del riconoscimento di una forte identità: per questo d’Annunzio è stato allo stesso tempo il più nazionalista e il più internazionale rappresentante della cultura italiana del tempo. Non è superfluo aggiungere che fu anche uno strenuo sostenitore delle “arti (tutt’altro che) minori”, tanto che attraverso il suo guardaroba e l’arredo delle sue dimore, nonché i doni alle molteplici amanti, si può tracciare una mappa delle eccellenze manifatturiere del tempo: molte francesi e anche inglesi, moltissime italiane. In ogni foto in cui appare la sua immagine (e sono davvero tante) si mostra sempre inappuntabile, nell’abito e nel gesto, soprattutto nei ritratti fotografici del geniale amico Nunes Vais… Molti dei coetanei, come dei posteri, lo considerano il massimo rappresentante del Dandy all’italiana, dello stile, appunto dannunziano. Certo, la ricerca estenuante di una bellezza assoluta che si perpetuasse in ogni recondito aspetto dell’arte, ossia della vita, era palese in ogni sua opera. Neanche la disposizione alla teatralità gli faceva difetto: i suoi romanzi, oltre ad essere una continua dichiarazione d’estetica, ci lasciano dei ritratti d’ambiente e di personaggi che superano per afflato ogni descrizione realistica, trasfigurandola nell’immagine di un’esperienza eccezionale. Lo fa con la consapevolezza di “catturare” il pubblico, in quel fluire fra riserbo e sensualità, ancora repressa sotto l’abito umbertino, sospesa fra il pudore medievale della donna Preraffaellita e i sinuosi nudi di Giulio Aristide Sartorio:

 

Il mantello foderato d’una pelliccia nivea come la piuma de’ cigni, non più retto dal fermaglio, le si abbandonava intorno al busto lasciando scoperte le spalle. Le spalle emergevano pallide come l’avorio polito, divise da un solco morbido, con le scapule che nel perdersi dentro i merletti del busto avevano non so qual curva fuggevole, quale dolce declinazione di ali” (G. d’Annunzio, Il Piacere, 1889)

 

All’arrivo di d’Annunzio, nel 1881, Roma è da poco divenuta capitale d’Italia. Attraverso la collaborazione con «Cronaca Bizantina» prima e poi con la «Tribuna», il Duca Minimo (come ama firmarvi le sue Cronache Mondane) può penetrare a fondo quella società aristocratica e alto-borghese presa dall’ansia di apparire, “controllandone” gli umori e partecipando all’ affermazione dello stile umbertino. Vestiti i panni dell’arbitro di tutte le eleganze, suggerisce decor e menu, sport e passatempi, tessuti e fogge, divertendosi talvolta a criticarne le deformazioni:

 

Ogni anno più aiutate in questo dalla moda, le spalle delle signore si vanno rialzando e acuminando a discapito della bellezza e della nobiltà loro. Le spalle salgono, salgono salgono, come un titolo immobiliare qualunque. Ma a quando il crac?” (Spalle delle signore, in “Tribuna”, novembre 1886).



 

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