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8.1. La riforma dell'abbigliamento fra XIX e XX secolo

Moda e design
L’abito libero di Amelia Bloomer

"La natura nobile che è nella donna la spinge a desiderare una cosa soltanto: affermarsi accanto all'uomo forte e grande. Questo oggi è possibile solo se la donna conquista l'amore dell'uomo. Ma noi andiamo incontro ad un'epoca nuova, migliore. Non sarà più il richiamo alla sensualità, ma l'indipendenza economica della donna che determinerà la parità con l'uomo. Il valore di una donna non dipenderà più dalle trasformazioni della sensualità. Assisteremo perciò alla definitiva sconfitta dei velluti e delle sete, dei fiori e dei nastri, delle piume e dei colori. Scompariranno" (Adolf Loos, 21 agosto 1898).

 

L’eclettismo formale che domina le arti della seconda metà dell'800 si riflette anche nella moda che, pur non portando cambiamenti strutturali, si modella inquieta variando sulle proporzioni, che ingessano ora le braccia, ora il collo, ora il busto …, come se l’eleganza dovesse essere antitetica alla comodità. Molte voci si levavano allora a evocare una profonda riforma dell'abbigliamento: di uno “stile di vita” oltre che “stile di moda”, visto il numero di “movimenti” e “comunità” sorti contro la deformazione sociale operata dalla nuova fase di industrializzazione, che da una parte ha asservito, dall’altra ha allargato la possibilità di crescita sociale e culturale a una fascia più ampia, a cominciare dalle donne. Le voci dei primi i movimenti per l'emancipazione femminile si uniscono a medici e scienziati (come il biologo tedesco Gustav Jäger, soprannominato Wool-Jager, inventore della maglia di lana “della salute”) per richiedere un abbigliamento più pratico e funzionale. Il progresso della scienza medica ha portato l’attenzione sulla salute, sull’ambiente, sulle norme igieniche, spostando l’attenzione sulla biancheria per denunciare crinoline, busti e corsetti, che comprimevano il corpo in modo innaturale. La nuova cultura del corpo e del tempo libero incentivava le attività sportive, promuovendo la moda per lo sport che avrebbe generato una fiorente industria e un attento studio sui materiali: basti pensare allo sviluppo della maglieria e della maglia-stoffa, il jersey, che dai pescatori dell’isola omonima divenne “moda” con Coco Chanel.

 

Forti erano anche le componenti moraliste di stampo borghese o religioso, predicanti la sobrietà, la funzionalità, i valori del lavoro e dell’operosità, soprattutto negli Stati Uniti, paese meno legato a canoni aristocratici, nato sulle volontà individuali o su ferree comunità protestanti dove le donne erano le principali educatrici della “nuova civiltà”: come Amelia Bloomer, fondatrice di "The Lily" (prima rivista nata per le donne e ispirata ai principi di temperanza), che nel 1851 promosse un costume più razionale, secondo la sua ideatrice Libby Miller: pantaloni larghi sono riuniti alle caviglie, come certi pantaloni delle donne mediorientali, sormontato da un abito corto o gonna e gilet. Le cosiddette Bloomers coraggiosamente sfidarono per alcuni anni lo scherno della stampa e le molestie in strada: in ballo non era la decenza (l’abito era fin troppo pudico), ma la sconvenienza di indossare un indumento maschile. Così nel 1959 anche Amelia capitolò alla crinolina e l’idea decadde fino al 1881, quando The Rational Dress Society, fondata in Inghilterra da Lady Harberton, propose l'uso di gonne-pantalone per le attività sportive e per andare in bicicletta, mezzo amatissimo per la sua praticità e accessibilità anche alle donne, che costituirono il Lady Cyclists' Association; ma il debito maggiore del Bloomer si vedrà nei costumi da bagno, che da questo momento, grazie alla voga dell’idroterapia, si diffonderà rapidamente.

La crociata contro il corsetto come quella di Ada Baillie della National Health Society, era benvista anche dalla cultura borghese più conservatrice poiché, come sosteneva il medico Alice Bunker Stockham, l’angustia del busto poteva pregiudicare la maternità, ritenuta "il solo status possibile di un'esistenza femminile".

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