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6. Le migrazioni nel periodo fascista: verso le colonie africane, verso le zone di ripopolamento

Migrazioni
Saul Meraviglia Mantegazza, Palazzo del Governatore a Tripoli (1924-31)

La fine della Prima guerra mondiale sancì la fine del liberismo migratorio facendo da catalizzatore delle paure nei confronti degli stranieri: Stati Uniti, Canada, Brasile e Argentina emanarono norme che preannunciavano l'indirizzo nazionalista a cui si sarebbero ispirate le politiche migratorie degli anni successivi. Attraverso restrizioni all’emigrazione nei principali Paesi che avevano accolto i grandi flussi migratori italiani, si concluse l’epoca della grande emigrazione.

 

La lobby colonialista sfruttò la questione dell’emigrazione per rivendicare all’Italia le colonie politiche verso le quali indirizzare l’esuberanza demografica della penisola. I flussi ripresero quindi già a partire dagli anni venti nell’ambito del colonialismo italiano, che li diresse verso le remote colonie del Corno d’Africa e poi della Libia, dove non vi erano comunità italiane rilevanti, trascurando le aree in cui storicamente risiedevano le più numerose comunità italiane in Africa, in particolare in Egitto e in Tunisia.

 

Inoltre, l’emigrazione italiana verso altri possedimenti europei in terra d’Africa, venne sostanzialmente passata sotto silenzio per non indebolire la retorica della propaganda verso i possedimenti italiani, la cui immagine restituita in Italia tendeva a enfatizzarne ricchezze e prospettive di lavoro o guadagno, lungi dall’offrire un resoconto fedele e genuino dell’oltremare. Alla costruzione di una politica della colonizzazione per la legittimazione almeno parziale del colonialismo, si affiancò una mitizzazione della realtà africana nel suo resoconto in patria.

 

A ridare le giuste proporzioni del fenomeno della colonizzazione legata al colonialismo sono studi recenti che hanno confermato come solo l’1 per cento mediamente (Calchi Novati), o al più l’1,7 per cento nel periodo di picco massimo (Labanca), del numero complessivo degli emigrati, che tra XIX e XX secolo lasciarono l’Italia, si diresse effettivamente verso l’oltremare: in altre parole i coloni d’Africa furono una cifra piccola, 250-350 mila persone, se paragonata ai milioni che partirono per le Americhe o l’Europa.

 

Nel periodo fra le due guerre, a causa delle restrizioni poste all'emigrazione all'estero, anche le migrazioni interne avevano subito un costante incremento, pur ostacolate dalle legge del 1931 sulle migrazioni e sulla colonizzazione interna e da quella del 1939, denominata «Provvedimenti contro l'urbanesimo». Una forte migrazione interna venne alimentata dalle bonifiche e dai trapianti di popolazione contadina nelle paludi Pontine, nelle località sarde di Fertilia e di Arborea, coinvolgendo quasi centomila persone, in partenza per lo più da alcune province del Veneto e dal Ferrarese, in attuazione della politica rurale e demografica del regime.