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4.5. Cesare Vecellio: Habiti antichi et moderni di tutto il mondo

Moda e design
Cesare Vecellio, Habiti Antichi et Moderni [1598]

Cesare Vecellio (1521-1601), cugino del pittore Tiziano, è autore di quello che può essere considerato il primo trattato di storia della moda. Pubblicata a Venezia nel 1590, la raccolta Habiti antichi et moderni di tutto il mondo, illustrava le fogge di vestiario di ogni parte del mondo allora noto, dei più diversi ceti sociali, da papi e principi a contadine e soldati, gentildonne e prostitute, nelle varie epoche storiche fino alla fine del Cinquecento. Dopo il successo della prima edizione il testo fu ampliato con una sezione sugli "habiti" delle Americhe e ripubblicato nel 1598 in una versione bilingue (latino e italiano).

Sebbene Cesare Vecellio avesse ideato il proprio libro principalmente come supporto per pittori, disegnatori e incisori, la sua immediata popolarità attesta del fascino che la moda e il costume hanno avuto da sempre, e si inserirsce inoltre in quel filone di curiosità esotiche e diari di viaggio, anticipatore del lavoro etnografico-antropologico, e che con l’invenzione della stampa, dal Milione in poi, avevano avuto una popolarità indiscussa.

 

Consapevole che nessuna epoca era stata tanto favorevole come la sua allo sviluppo del lusso e della moda e alle loro infinite varietà in Italia, in Francia, in Germania e nel resto del mondo, Vecellio contribuisce a determinare un linguaggio del vestire e della moda avviato all’inizio del Cinquecento con Il Libro del Cortegiano. L’Italia, specialmente Venezia, assumono un ruolo centrale nella geografia del vestire occidentale. Nel settimo capitolo, accennando ai “popoli diversi che habitano l’Italia”, ne sottolinea la situazione di luogo “preda di forestieri e piazza della fortuna; e per questo non farà meraviglia, se qui si vedrà maggior diversità ne gli habiti, che in qual si voglia altra natione, e regione.” Dal gusto italico di voler essere diversi, più capricciosi e instabili nel modo di vestire, Vecellio estrapola anche una sorta di “carattere nazionale” improntato all’individualismo e alla libertà dello stile: una particolarità determinante per la ricchezza per la creativa “made in Italy”. Insistendo sulla  varietà connaturata allo “stile italiano”, si mirava a creare una mappa della diversità culturale, senso di estetica e bellezza che caratterizzavano varie città della penisola. Ci sono capitoli infatti su Roma, Bologna, Napoli e altri importanti centri italiani. Le numerose differenze dei costumi e del senso estetico erano dettate a loro volta da differenze geografiche, dall’economia locale e dalle alleanze politiche che erano state realizzate attraverso il matrimonio […] come nel caso di Eleonora di Toledo e Cosimo de’ Medici (Eugenia Paulicelli).

 

Un altro aspetto dell’influenza di manuali come questo è stata l’accessibilità ai sarti che, assieme ai loro clienti, poterono ricavarne spunti per nuove fogge. Pare, ad esempio, che dalla presa di conoscenza dell’abbigliamento tipico ungherese, caratterizzato da una lunga fila di alamari, nacque e si diffuse anche in Italia dagli anni Venti del Seicento la moda dell’ungarina: una tunica abbastanza sciolta decorata con alamari secondo l’uso, secondo quanto testimoniato dal Vecellio, diffuso in Ungheria Questo spunto fu adottato soprattutto per gli abiti dei bambini di elevata categoria sociale, secondo l’idea, giudicata prettamente orientale, che un abito poco strutturato fosse più funzionale al movimento: una concezione in decisa antitesi con i gusti e le tendenze affermatisi in Occidente in età moderna.

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