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4.1. L’abbigliamento del XVI secolo

Moda e design
Giovanni Battista Moroni, Ritratto di Prospero Alessandri, 1580

Dopo la grazia quattrocentesca, la maestosa classicità del cinquecento […], si può paragonare alla turgida succosità del frutto che succede che succede alla delicatezza del fragile fiore. (Levi Pisetzky)

 

Il Cinquecento è il secolo della teorizzazione e dei precetti, dei trattati che disputano su ogni argomento. L’ideale di perfezione formale emanata da cultori come il Bembo, irradia la cultura delle Corti Rinascimentali in tutta l’Europa occidentale, così in Francia il prestigio italiano è garantito dall’ascesa di Caterina de’ Medici. Ma è anche il secolo del dominio straniero, con il primato della cattolicissima Spagna, madre anche del battagliero ordine dei gesuiti. Le basi umanistiche della morale cattolica si impregnano sempre più di fervore religioso e in quest’ottica il Concilio di Trento (1545-63) segnerà lo spartiacque.

 

Il carattere dell’abbigliamento riflette tale passaggio: così nel primo periodo si impone una “maestà corposa” nella linea e nella materia, lasciando spazio alla varietà di fogge scelte a seconda delle occasioni. Nelle donne, La camora o gonnella, copre ora tutta la persona, la vita è relativamente alta, le maniche attaccate basse e piatte, aperte alle spalle e lungo il braccio da cui sbuffa la camicia. Caratteristica del periodo è lo scollo, spesso ampio e quadro o arrotondato. I colori si fanno vivi, ma maestosi: verdi o azzurri, o rosato unito, come si vede in molti ritratti del Bronzino; le decorazioni sono spesso in oro, in argento o a rilievo negli stupendi velluti sopra rizzi e il disegno spesso si ispira all’aguzza linea del carciofo. Poi si afferma, soprattutto per gli uomini, la moda del nero monocromo, rischiarato appena dai tocchi bianchi delle gorgiere e dei manichini di merletto.

 

Nel secondo periodo del secolo la dominazione spagnola e il rigore controriformista irrigidiscono le forme femminili in un’astrazione artificiosa, che schematizza la figura in due coni intersecanti: la parte bassa è celata dal rigido verdugale (in Italia detto faldiglia o faldia), mentre il busto, rigido e “steccato” si appuntisce sul ventre; la testa, intirizzita dall’alto colletto, si infossa nella gorgiera, che sarà sempre più protagonista al volgere del secolo, pur ingentilita dalla finezza della lavorazione, come i veri capolavori creati, ad ago o a tombolo, dalla maestria artigianale delle merlettaie veneziane.

 

L’abito maschile è all’inizio più greve, anche se già alla fine degli anni '20 la linea si assottiglia, abbandona i grandi volumi di saii e roboni, dei larghi cappelli e delle vesti stratagliate, accoltellate (che Leonardo tanto deprecava), indotte dalla moda germanica. L’influsso del costume militare è allora molto importante nell’evoluzione dell’abito maschile e anche quella moda mutuata dalle strane vesti dei Lanzichenecchi si può chiarire con lo strategico taglio del tessuto in punti del corpo sottoposti allo sforzo, come gambe e dorso. Sartorialmente vennero create forme separate per le gambe, calze e cosciali, che diverranno veri e propri calzoni; anche il dorso si “sveltisce” con corti giubboni imbottiti e coletti senza maniche, coperti da brevi mantelli semicircolari, le cappe, spesso decorate come l’abito.

Questa base vestimentaria rimarrà per il resto del '500, ma ne varierà la foggia. Così in pochi anni, aderendo al modello spagnolo ormai dominante, l'aurea mediocritas dello stile italiano cambierà di segno. Pur restando l'assolutezza del nero, la grande enfiatura dei calzoni "alla castigliana", la gorgiera e i manichelli sempre più esuberanti, la vistosa berretta a tozzo, la cappa troppo corta, porteranno la linea verso una forzatura, un eccesso, con perdita di Grazia e di Decoro.

 

Bibliografia

  • Quondam Amedeo - Tutti i colori del nero - Moda e cultura nell'Italia del Cinquecento - Vicenza 2007