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3. Il Rinascimento e il Cinquecento

Letteratura e teatro
La città ideale, 1470 circa. Fonte: Wikimedia Commons

Nel corso del Cinquecento, i regni feudali europei si trasformarono lentamente in veri e propri Stati di tipo nazionale retti da monarchie assolute (Francia, Inghilterra e Spagna). Questo processo politico ebbe importanti ripercussioni sociali, culturali ed economiche, e dette impulso anche all’espansione dei traffici commerciali che stimolarono viaggi e nuove scoperte geografiche (a Cristoforo Colombo seguirono Amerigo Vespucci e i portoghesi Vasco da Gama e Ferdinando Magellano).

 

In Italia l’equilibrio assicurato all’intera Penisola dall’abilità politica di Lorenzo il Magnifico venne meno alla sua morte (1492); nel 1494, con la discesa in Italia di Carlo VIII, re di Francia, si aprì uno dei periodi più travagliati, con il drammatico coinvolgimento nelle guerre tra le grandi potenze europee. Questa fase si concluse, almeno in parte, solo con la pace di Cateau Cambrésis (1559), che modificò profondamente la stessa geografia politica del paese. La presenza in Italia degli eserciti stranieri (francesi e spagnoli prima e, dopo l’elezione di Carlo V a imperatore nel 1519, anche quelli asburgici), aveva prodotto alleanze strategiche e nuovi antagonismi, accentuando così la frammentazione e la debolezza politica, ma, al tempo stesso, favorendo l’instaurarsi di un articolato policentrismo culturale.

 

Le corti signorili di Napoli, Roma, Urbino, Ferrara, ecc., ancora centro della vita politica e di elaborazione dei contenuti e dei valori della letteratura e dell’arte, raggiunsero infatti in questo periodo il loro massimo prestigio e splendore. L’intellettuale di corte – artista o letterato – ora meno impegnato attivamente nelle vicende politiche, è sempre più organicamente legato al suo signore, committente e protettore, e contribuisce con gli strumenti dell’arte a sostenerne l’ideologia ufficiale e a celebrarne il potere; questa figura è rappresentata in maniera esemplare da Baldassarre Castiglione nel suo Cortegiano, pubblicato nel 1528, un trattato in forma di dialogo nel quale vengono presentate le qualità e i costumi del perfetto gentiluomo: si delinea così un modello di comportamento che avrà risonanza e fortuna anche all’estero. Sulla scia di quest’opera si colloca il più tardo Galateo (1558, postumo), di monsignor Giovanni della Casa, in cui il contenuto del Cortegiano viene ridotto a rigorosa precettistica immediatamente utile per le diverse situazioni della vita di corte.