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3. L'epoca d'oro della canzone d'autore

Arti
Fabrizio De André nella sua casa di Milano, 1997. Foto di Guido Harari.

Il ventennio d’oro (1960-1977 circa) della canzone “d’autore” (o, come qualcuno preferisce, della “canzone d’arte”), intrecciato con significativi movimenti sociali e politici che vedono i protagonisti i giovani (il Sessantotto, il Settantasette) è uno dei più ricchi e fecondi della storia, non solo linguistica, della canzone italiana, con esponenti, molti dei quali ancora attivi, che sarebbe troppo lungo elencare:

  • la cosiddetta “scuola genovese” – etichetta rifiutata dagli interessati –, con Bindi, Paoli (vedi Il cielo in una stanza), Tenco, Lauzi, De André, cui si annette il triestino Endrigo, ormai alla seconda (Fossati, Baccini) e alla terza (Max Manfredi) generazione;
  • la “scuola milanese”, più realistica e meno lirica, ispirata al teatro di Dario Fo, di Gaber – poi impegnato nella forma del “teatro-canzone” –, Jannacci (anche dialettale e gergale), Vecchioni, Branduardi;
  • la “scuola bolognese” di Lolli, Dalla e Guccini;
  • la “scuola romana” di De Gregori e Venditti, queste due ultime più vicine all’engagement di quegli anni.

 

Data la pluralità delle esperienze, non è naturalmente possibile parlare di una “lingua della canzone d’autore”, anche se si può generalmente alludere ad un confronto, più che ad un incontro, col coevo linguaggio poetico (con analogie, metafore, sinestesie, altre figure retoriche), a sua volta più vicino a forme del quotidiano (ma all’impegno diretto di poeti – si pensi solo alla collaborazione Roversi-Dalla – nel campo della canzone non ha quasi mai corrisposto un significativo successo commerciale).