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3. Classificazioni dialettali

    Dialetti e altri idiomi d'Italia
    Giacomo Devoto (1897-1974)

    La prima classificazione scientifica dei dialetti italiani fu proposta nel 1881 dal glottologo Graziadio Isaia Ascoli, il quale individuò come principio ordinatore la distanza linguistica che i diversi sistemi dialettali manifestavano rispetto al comune antenato latino (criterio “genealogico”): si trattava dunque di osservare le modificazioni che aveva conosciuto il latino parlato nel suo sovrapporsi alle lingue di sostrato. In questa prospettiva il dialetto che mostrava la maggiore fedeltà al latino era il toscano, che diventava punto di riferimento per ordinare gli altri dialetti: Ascoli individuò così tre gruppi dialettali, la cui diversa distanza dal toscano era significativa del grado di modificazione sviluppato rispetto al latino.

     

    L’ordinamento dei dialetti a partire dalla misurazione della loro distanza dal latino verrà riproposto, a quasi un secolo di distanza, da Giacomo Devoto, i cui risultati convergono in linea di massima con quelli di Ascoli: il toscano, così, si confermerà il sistema dialettale “meno distante” dalla matrice latina.

     

    Un vistoso riconoscimento del ruolo delle lingue di sostrato nella configurazione dialettale della Penisola è contenuto nella classificazione proposta da Clemente Merlo negli anni Venti del Novecento, in cui si distinguono tre grandi aree dialettali: una settentrionale caratterizzata da dialetti a sostrato “celtico”, una centrale a prevalente sostrato “etrusco” e una centromeridionale a sostrato “italico”. A loro volta le tre macro-aree venivano ulteriormente distinte al loro interno sempre in ragione dei diversi strati etnici che potevano essere rilevati. Risentendo di un clima culturale attraversato dalle suggestioni lombrosiane, Merlo riconduceva l’impatto delle lingue di sostrato sul latino alle specifiche caratteristiche degli organi fonatori delle diverse popolazioni presenti nel territorio al momento della romanizzazione.

     

    Un’idea sostanzialmente tripartita dei dialetti italiani emergerà di fatto, negli anni Trenta, anche nella elaborazione di Gerhard Rohlfs dei risultati delle indagini sul campo condotte per la redazione dell’Atlante Italo-svizzero. Essi indicavano infatti un addensarsi di fenomeni linguistici specifici in aree i cui confini seguivano due grandi direttrici: l’una, disposta in direzione La Spezia-Rimini, rappresentava il limite meridionale di particolari fenomeni settentrionali; l’altra, in direzione Roma-Ancona, rappresentava il limite settentrionale di fenomeni linguistici presenti esclusivamente in area meridionale. Le due direttrici “racchiudevano” al loro interno l’area tosco-umbro-marchigiana e alto-laziale. In certa misura, i dati linguistici riproponevano su altra base quella tripartizione che Merlo aveva spiegato chiamando in causa il sostrato preromano.