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3.2. Il Rinascimento e le fogge degli abiti nel XV secolo

Moda e design
Francesco del Cossa, allegoria del mese di aprile, part. 1470 circa

È un secolo di così gentile eleganza il Quattrocento in Italia che si teme con le parole di sminuirne l’incanto...” (Levi Pisetzky)

 

Tramontate le arditezze del gotico fiorito (dallo stile che esasperava la ricchezza ornamentale delle vesti, coi sontuosi tessuti e i capricciosi frastagli), una mirabile armonia di maestosa semplicità si affermava nell’architettura quattrocentesca, riportata da Leon Battista Alberti a una euritmia classica. Così, si pone il suo suggello estetico nell’abbigliamento e un’armoniosa sobrietà lascia fluire le vesti sulla persona senza appesantirne o alterare la linea, come appare negli affreschi del Ghirlandaio nella cappella Tornabuoni in Santa Maria Novella a Firenze.

 

Nel Trecento, il fervore dei nuovi ricchi esplodeva anche in una vivacità degli abiti, spesso bipartiti in verticale con colori in forte contrasto, come il rosso e il verde, il blu e il giallo, combinati in infiniti giochi di spezzature geometriche; l’abito del Quattrocento, coerentemente alle altre manifestazioni dello stile, si orienta invece verso una maggiore compostezza anche nel colore e negli accordi cromatici, disposti nell’armoniosità dell’accostamento tono su tono. Una finezza del gusto che prevale, soprattutto nella seconda metà del secolo, con il trionfo delle tinte chiare e ridenti, esaltate dallo splendore giallo dell’oro, usato più in Italia che oltralpe, nelle stupende vesti di broccato.

 

Il rosato è molto in voga, per le donne e gli uomini, come l’alessandrino (sorta di turchino cupo), frequente è l’azzurro “color di cielo”, anche nelle sfumature dell’aerino e dello sbiadato e il verde chiaro, detto mestichino. Sfumature delicate dai nomi graziosi come il persichino o fior di pesco, il rose secche, il mavi (celeste cupo); il livido bianchesino, il giallognolo schizzo d’oca e il più scuro piè di cappone. Per le donne anziane invece sono in uso i colori mescolati di nero, di viola e di rosso cupo, come il paonazzo, il marmorino, il perso e il morello.

 

La centralità dell'uomo sull'Universo, fulcro dell’Umanesimo, portò a perseguire lo studio delle proporzioni, ritrovandone la perfezione nell'uomo vitruviano iscritto nel quadrato e nel cerchio, come fu ridisegnato da Leonardo da Vinci. Così, e fino alla prima metà del Cinquecento, uomini e donne indossarono abiti che ne sottolineavano le forme senza alterarle. Con il procedere del secolo, i lunghi strascichi e maniche pendenti ereditati dal gotico sparirono; la gonna, montata con leggere arricciature, fu staccata dal corpetto; le maniche, in cui lunghi intagli lasciavano uscire sbuffi della candida camicia, divennero sostituibili grazie all’uso di laccetti, così che le maniche signorili, impreziosite da gemme e puntali in oro, potevano essere custodite in un forziere. Gli abiti degli uomini si rigonfiarono sul torace, il farsetto, un tempo considerato indumento intimo, fu accorciato e messo in mostra, le gambe restarono scoperte, e le calzebraghe aderentissime fasciavano i glutei. L'esibizione del corpo maschile era ormai palese e per coprire gli organi genitali fu creata la braghetta, sorta di pezza di tessuto, che veniva usato anche come tasca. Questo tipo di moda era seguita soprattutto dai giovani, mentre le persone che avevano una carica pubblica o una professione autorevole, come i medici e gli insegnanti, continuarono a portare abiti larghi e lunghi.

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