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3.2 Codificazione linguistica, letteratura espressiva e in dialetto

Tiziano Vecellio, "Ritratto di Pietro Bembo", 1539. Fonte: Wikimedia Commons

In una prima fase i dettami bembiani furono assunti in modo libero e creativo, ad esempio da Ludovico Ariosto (l’Orlando furioso ebbe tre edizioni, l’ultima nel 1532, in seguito a una revisione del testo sulla base dei precetti proprio del Bembo), Francesco Guicciardini, Niccolò Machiavelli, oltre al già citato Castiglione. Intorno alla metà del secolo, si manifestò un progressivo irrigidimento dei canoni e si produsse una vera e propria codificazione delle regole, anche sulla scia della nuova traduzione (dopo quella di Lorenzo Valla) della Poetica di Aristotele, ad opera di Alessandro de’ Pazzi (1536), che porterà a una stereotipizzazione e a un livellamento in chiave “monolinguistica” della produzione letteraria.

 

In aperta reazione a queste espressioni, tuttavia, troviamo anche autori più indipendenti che, contaminando stili diversi, spaziano tra il comico e il parodico, raggiungendo anche esiti marcatamente espressionistici (“anticlassicismo”). Si ricordino tra questi almeno Francesco Berni, che nei suoi componimenti poetici mette in atto una feroce parodia dei contenuti e dello stile di Petrarca; l’Aretino, le cui commedie spaziano tra i più vari registri espressivi; o ancora Teofilo Folengo, sperimentatore di un originale latino maccheronico nel Baldus; Angelo Beolco, detto il Ruzante, che nelle sue opere teatrali utilizza il dialetto pavano rustico.