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3.1 Un popolo di deboli lettori

Mass media
Tipografia del Corriere della Sera, 1958. Fonte: INDIRE-DIA, Olycom spa

Leggere il giornale come strumento essenziale per stare a contatto con i propri simili: è un'abitudine che cominciò a diffondersi nel Diciottesimo secolo, a partire dalle grandi città d'Europa. Le prime “gazzette” italiane (la parola, che farà il giro del mondo, è veneziana, indica una moneta da due soldi, il prezzo dei primi giornali) nacquero a Milano, a Firenze e Venezia, come i corrispondenti giornali di Londra, Parigi o Vienna: fogli dedicati, più che alle notizie, alla conversazione e al commento, di forte impronta letteraria e destinati a un pubblico limitato, quasi una cerchia di amici.

 

È negli anni della rivoluzione francese che s'impose il modello di giornale moderno, centrato sulle informazioni politiche e sui fatti economici. In queste trasformazioni l'Italia si trovò presto a perdere terreno: i quotidiani basati sulle notizie da un lato, sulla pubblicità dall'altro, si imposero in Inghilterra a fine Settecento, in Francia e in vari paesi del nord Europa negli anni Trenta dell'Ottocento. Allora come oggi: in termini di diffusione dei quotidiani l'Italia è rimasto decennio dopo decennio uno degli ultimi tra i paesi dell'Europa centro-occidentale. Situazione compensata solo in parte, in particolare nella seconda metà del Novecento, dall'ampia diffusione della stampa periodica e del fumetto.

 

Tra l'Unità e gli anni Cinquanta del Novecento si poteva attribuire la scarsa diffusione della lettura di giornali all'analfabetismo, totale o parziale: nel 1861 ben il 78% degli italiani non sapevano leggere, nel 1951 il 12,9%, ma la misurazione teneva conto solo di chi non sapeva scrivere la propria firma, non dei tanti che sapevano leggere solo in teoria. I livelli di lettura dei giornali sarebbero rimasti bassi anche nei decenni successivi, pur in un paese ormai quasi integralmente alfabetizzato. E dopo un'ascesa delle tra gli anni Ottanta e Novanta si assiste ora a un nuovo calo. La verità è che in Italia, con un caratteristico circolo vizioso, la limitatezza del pubblico favorisce la tendenza dei giornalisti a parlare a una piccola élite, e questo a sua volta impedisce l'apertura a nuovi lettori.

 

D'altra parte, nella seconda metà del Novecento, mentre i quotidiani sportivi diffondevano un linguaggio “tecnico” che i loro lettori accettavano spesso come prova di competenza, i fumetti e la stampa illustrata (seguiti più di recente da alcuni quotidiani “popolari”) avrebbero fatto ricorso a un italiano basico che si suppone comprensibile da tutti. Inseguendo il linguaggio della televisione.