, dopo l'accesso o la registrazione il tuo account verrà connesso.

3.1 I meccanismi dell'interferenza

    Dialetti e altri idiomi d'Italia

    In linea generale, il grado di interferenza tra lingue di sostrato e latino parlato – da cui dipende gran parte delle “alterazioni” a cui il latino è andato incontro nel suo processo di diffusione nella Penisola – è riconducibile alla distanza linguistica tra i sistemi che entrano in contatto. Il processo di apprendimento spontaneo, non guidato,  di una lingua (com’è stato il caso del latino da parte delle altre popolazioni) risulta infatti tanto più interferito dalla lingua di partenza quanto più le lingue in gioco sono simili, mentre è minore il grado di interferenza quando la lingua oggetto di apprendimento è lontana da quella di partenza.

     

    Un po’ come capita di sperimentare quando ci improvvisiamo parlanti di lingue straniere: la percezione che la lingua-bersaglio sia “simile” alla nostra porta a trasferire in essa un gran numero di caratteristiche che in realtà appartengono solo alla lingua di partenza. Quando invece ci disponiamo a parlare una lingua che percepiamo più lontana, evitiamo di esportare in quella elementi della nostra. Il risultato di questo atteggiamento è che un processo di apprendimento spontaneo tende a produrre una lingua fortemente interferita (dunque, tendenzialmente lontana dal bersaglio) quando i sistemi sono simili, mentre la lingua appresa sarà meno interferita (quindi alla fine più simile al modello) quando i sistemi sono diversi.

     

    Nella sua espansione, il latino andò a sovrapporsi a lingue “più simili” (quelle del ceppo indoeuropeo: per esempio quelle parlate dai Galli in area settentrionale, o dalle popolazioni italiche del Centro-sud con cui i latini avevano da tempo rapporti) e a lingue strutturalmente meno simili (quelle non indoeuropee: il sardo, oppure l’etrusco, che aveva per epicentro di diffusione la Toscana).  A causa del diverso peso delle interferenze conosciute nel suo processo di apprendimento, il “latino” riformulato dalle popolazioni che parlavano lingue indoeuropee risulterà in linea generale più “modificato” (cioè lontano dal modello) di quello riprodotto da popolazioni che disponevano, come lingua madre, di sistemi non indoeuropei.

     

    E così la minor distanza del toscano dal latino che hanno rilevato le diverse misurazioni di Ascoli e di Devoto è da riferire in gran parte proprio al minore impatto dell’interferenza tra sistemi in contatto data la sensibile distanza che intercorreva tra latino ed etrusco.