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2. E poi vennero i cantautori

Arti
Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci nel 1960. Foto di Gianni Greguoli Venini. Per gen

La “rivoluzione” (prima di tutto tematica e interpretativa) rappresentata nel 1958 dal successo (amplificato dalla neonata televisione, 1954) di Domenico Modugno al Festival di Sanremo, dal 1951 il tempio della canzone italiana, con  Nel blu, dipinto di blu (poi conosciuta in tutto il mondo come Volare) rappresenta una svolta epocale, uno spartiacque tra canzone “tradizionale” e canzone “moderna”. È pur vero che, al di là della vena inattesa e surreale di Volare, nella canzone sono ancora presenti i classici fenomeni della rima baciata, del troncamento, dell’inversione sintattica. Ma è anche vero che, senza Modugno (e, si aggiunga, senza l’esperienza del gruppo torinese di Cantacronache, alla fine del decennio, e di qualche altro precursore: Renato Carosone, Fred Buscaglione con Che bambola!), non sarebbe stato possibile il fenomeno dei “cantautori” (figura che riunisce in sé i ruoli, prima distinti, di musicista, “paroliere” e interprete: voce coniata nel 1960) degli anni Sessanta e poi Settanta, che produce, pur nella persistenza di forme della canzone ancien régime, un deciso abbassamento di tono nel lessico, che diventa umile, quotidiano e vicino al parlato (fin dai titoli: La gatta, Sassi, Il barattolo, Il pullover, eccetera). Chi, prima di Modugno, avrebbe potuto esclamare con disincanto, come lo sfortunato Luigi Tenco (vedi Ho capito che ti amo), che si era innamorato perché “non aveva niente da fare”?