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2. Collocazione nel repertorio

    Varietà dell'italiano
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    De Mauro e Cortelazzo sono concordi nell’affermare il carattere sovraregionale di questa varietà: l’aggettivo unitario è aggiunto a popolare nel titolo stesso dell’articolo di De Mauro (1970), il quale ritiene che questa varietà sia nata ‘dal basso’, ad opera delle stesse classi popolari, al di fuori dei processi di standardizzazione ufficiali (primo fra tutti l’insegnamento scolastico); pertanto, l’italiano popolare è stato poi talvolta contrapposto all’italiano regionale, marcato invece in diatopia, e considerato proprio della borghesia.

     

    Ma l’impressione di unitarietà – accentuata dal fatto che lo scritto (dove l’italiano popolare è stato prevalentemente documentato e studiato) lascia trasparire solo in parte la soggiacente realtà fonetica e omogeneizza i testi nelle devianze rispetto alla norma ortografica – è stata poi molto ridimensionata negli studi successivi (cfr. Ernst 1981; Berruto 1983a), che hanno rilevato come le variazioni locali (a cui fa implicitamente riferimento Cortelazzo col suo richiamo alla dialettofonia) siano ben presenti anche nell’italiano popolare e anzi crescano in rapporto alla diastratia (cfr. anche Sabatini 1985, che parla di «italiano regionale delle classi popolari», contrapposto all’«italiano regionale delle classi istruite»), pur riconoscendo che i testi popolari presentano una serie di tratti comuni, soprattutto a livello morfosintattico.

     

    I lavori più recenti (cfr. Vanelli 2009, che esamina testi di area friulana del primo Novecento) hanno anzi individuato la componente locale a tutti i livelli di analisi, confermando la collocazione dell’italiano popolare all’interno dell’italiano regionale. Tanto l’italiano popolare quanto quello regionale derivano, insomma, fondamentalmente dall’incontro tra lingua e dialetto e quindi presentano entrambi fenomeni di interferenza, che hanno reso possibile la loro interpretazione come ‘interlingue’ caratterizzate da processi analoghi a quelli propri dei pidgins e delle lingue creole (cfr. Telmon 1993 e 1994 per le varietà regionali; Berruto 1983b per l’italiano popolare). Per l’italiano popolare bisogna, in fondo, tener conto dei fenomeni di ‘semplificazione’, che avvicinano questa varietà ad altre varietà semplificate, come l’italiano degli stranieri e il foreigner talk (Berruto 2012).

     

    L’aggettivo unitario è stato poi anche interpretato in senso storico, per sottolineare la nascita dell’italiano popolare dopo l’unità nazionale (cfr. Sanga 1984, che parla, per le fasi precedenti, di «italiano popolare preunitario») ed è indubbio che la piena emersione di questa varietà tra la fine dell’Ottocento e il pieno Novecento – che è riflessa anche nella letteratura, veristica prima e neorealistica poi – vada rapportata ai vari fattori di italianizzazione propri della nostra storia recente (De Mauro 19702).

     

    I processi, tra loro strettamente legati, di alfabetizzazione e di italianizzazione hanno però un retroterra storico consistente (cfr. Bartoli Langeli 2000) ed esempi di testi di scriventi semicolti assimilabili all’italiano popolare, sia per le loro devianze rispetto alla norma, sia perché intenzionalmente non dialettali, si ritrovano nell’intero arco della storia linguistica italiana e sono distribuiti un po’ in tutte le regioni (cfr. i contributi raccolti in Bruni 1992 e 1994; per un quadro generale cfr. D’Achille 1994; 2008).

     

    Dato il prevalente riferimento degli studi alla produzione scritta (su questo aspetto cfr. Hans-Bianchi 2005), che comunque, in questi scriventi, appare certamente legata, anche dal punto di vista sintattico e testuale,  alla sfera dell’oralità (sebbene la ricerca di un registro ‘alto’ comporti talvolta fenomeni di ipercorrettismo e, soprattutto, di imitazione dei modelli di italiano scritto conosciuti), c’è stato chi ha negato la presenza dell’italiano popolare nel parlato. In realtà si deve senz’altro ammettere che chi è esclusivamente dialettofono ricorra a questa varietà, appresa nei pochi anni in cui si è frequentata la scuola, non solo per scrivere alla famiglia lontana o per rivolgersi, sempre per iscritto, all’autorità pubblica o per tenere diari e memorie autobiografiche, ma anche nel parlato, in situazioni formali o nella comunicazione con persone che non condividono lo stesso dialetto. È anche lecito ipotizzare l’esistenza di parlanti che hanno l’italiano popolare come propria madrelingua.

     

    Il discorso sulla diamesia  si collega ad altri due problemi interpretativi, tra loro connessi, che nello studio di questa varietà sono spesso stati posti: da un lato la contiguità tra l’italiano popolare e l’italiano parlato nelle sue manifestazioni più colloquiali e trascurate; dall’altro il rapporto con lo standard e conseguentemente la sua interpretazione ora come «italiano avanzato» (Vanelli 1976), ora come «lingua selvaggia» (Bruni 1984).

     

    Per impostare correttamente il problema bisogna ricordare che le ricerche sull’italiano popolare hanno preceduto quelle sul parlato (quest’ultimo, specie all’inizio, studiato in bocca a parlanti anche connotati diastraticamente; cfr. Sornicola 1981), nel quale sono stati individuati, a livello morfosintattico e testuale, tratti che già erano stati segnalati come tipici dell’italiano popolare in quanto lontani dallo standard di base scolastica che costituiva il termine di raffronto, e poi spiegati invece, appunto, come tratti di parlato.

     

    Per alcuni fenomeni, come la frase relativa, italiano popolare, italiano parlato e italiano standard si dispongono lungo un continuum (Berruto 2012) e in vari altri casi (per es., le cosiddette ridondanze pronominali e soprattutto gli anacoluti, nonché altri tratti substandard), solo l’aspetto quantitativo consente di caratterizzare, rispetto al parlato informale dei colti, l’italiano popolare (scritto o parlato che sia), che però presenta anche, dal punto di vista qualitativo, alcuni tratti esclusivi.

     

    Quanto al distacco rispetto allo standard tradizionale di base letteraria, è indubbio che l’italiano popolare, poco soggetto alle prescrizioni normative, documenti per certi aspetti alcune tendenze ‘naturali’ della lingua a lungo tenute a freno e che almeno in parte sono state accolte nel neostandard (Berruto 2012; da ricordare a tal proposito anche l’espressione italiano tendenziale: Mioni 1983), ma per altri versi risulta su posizioni arretrate rispetto all’evoluzione del sistema linguistico.

    Infine, il concetto di lingua selvaggia si lega alla preoccupazione che l’italiano popolare non sia più «frutto di una precoce emarginazione scolastica, ma […] prodotto della stessa istituzione scolastica» (Bruni 1984, p. 184), come documenterebbe la presenza di alcuni suoi tratti in elaborati scolastici (dai temi delle medie alle tesi universitarie). Che l’allargamento dell’uso dell’italiano (e il minore peso della grammatica normativa nell’insegnamento scolastico) abbia comportato anche uno ‘spostamento in basso’ della lingua pare innegabile, ma, a distanza di tempo, non sembra che ciò abbia significato una ‘promozione’ dell’italiano popolare all’interno del repertorio, come pure era stato ipotizzato.