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1. Le origini e la canzone napoletana

Arti
Affiche di un Caffè Concerto riprodotta sulla rivista «Scena Illustrata»

La rigida subordinazione del testo alla “mascherina” musicale, con le sue conseguenze sul piano metrico e prosodico, caratterizza tutto il periodo lungo un secolo che va dall’Unità d’Italia (1861) al 1958 di Nel blu, dipinto di blu, in cui la canzone popolare, declinata in diversi generi e modalità di fruizione (dal café chantant al Festival di Sanremo; dagli anni della radio alla nascita dell’industria discografica), costruisce una sua riconoscibile “grammatica” (vedi Parlami d'amore Mariù): monosillabi e parole tronche in confine di verso, rime baciate, apocopi (la proverbiale rima cuor [anzi: cor]: amor) anche al plurale, inversioni sintattiche al servizio della musica, lessico aulico di derivazione melodrammatica, esotismi (soprattutto francesismi). È evidente il modello della romanza d’opera lirica, così viva nella tradizione italiana soprattutto di fine Ottocento, che dà luogo ad un filone ricchissimo (e non esaurito ancor oggi) sul versante sentimentale e amoroso, che non mette però la sordina ad espressioni più vivaci, di carattere regionale e locale (si pensi soltanto alla straordinaria ricchezza della tradizione napoletana, con esempi indimenticabili assurti a modello di canzone “italiana” tout court  è il caso della notissima O sole mio, 1898 ,  grazie tra l’altro alla presenza del fenomeno dell’emigrazione all’estero) anche di tipo comico, cabarettistico e rivistaiolo, genere d’evasione presente indisturbato persino negli anni del fascismo. Melodramma, canzone popolare (di guerra, d’emigrazione, di lavoro, di protesta sociale) e filone partenopeo hanno dunque contribuito alla nascita e al consolidamento della forma canzone almeno sino al secondo dopoguerra.