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1.1 La poesia in Toscana: Dante e lo Stilnovo

Giorgio Vasari, "Ritratto di sei poeti toscani", 1544.  Fonte: Wikimedia Commons
Nella seconda metà del secolo è la Toscana, dove fiorisce una vivace e variegata civiltà borghese intorno alla nuova realtà dei Comuni, che diventa il centro culturale e politico della Penisola. Per queste ragioni storico-politiche la produzione poetica non è più localizzata in un’unica sede, la corte, ma si sviluppa diffusamente in varie città: Lucca, Pistoia, Pisa, Arezzo, Siena, e soprattutto Firenze. Il successo economico della città determina anche la diffusione del suo volgare, usato dalla gente comune, dai mercanti e dai banchieri, e uno sviluppo straordinario della letteratura, sia in prosa sia in poesia: Dante ne rappresenterà la manifestazione più alta.
 
La prima stagione poetica toscana è fortemente influenzata dai modi e dagli stilemi siciliani, ma si apre a nuovi temi morali (virtù, valore, comportamenti umani) e soprattutto politici e civili; Guittone d’Arezzo (1230/40-1294 ca.) fu caposcuola di un folto numero di poeti (detti anche siculo-toscani, tra i quali si ricordano Bonagiunta Orbicciani da Lucca, i fiorentini Chiaro Davanzati e Monte Andrea e il pistoiese Meo Abbracciavacca).
 

Negli anni ’80 un nuovo, decisivo cambiamento nel modo di fare poesia si esprime nell’esperienza dello Stilnovo. La parola Stilnovo deriva dalla Commedia: «di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!» - ricorderà il rimatore lucchese Bonagiunta Orbicciani (Purgatorio XXIV, v. 57); Dante ne definisce nella stessa sede anche la corrispondente poetica: «I’ mi son un che quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando» (vv. 52-54). Il poeta si considera dunque traduttore fedele e consapevole del dettato d’Amore, attraverso una modalità espressiva estremamente elaborata che si esprime anche attraverso la ricerca della musicalità delle parole. L’intento di far coincidere forma e contenuto si coniuga con la ricerca di uno stile scelto ed elevato, adatto a cantare l’amore per la donna-angelo, figura spirituale di elevata virtù, tramite ideale per il raggiungimento della perfezione.

 

Ispiratore dello Stilnovo può essere considerato il bolognese Guido Guinizzelli (1230/40-1276), sensibile alle indicazioni della Scuola siciliana: la sua canzone Al cor gentile rempaira sempre amore è considerata il “manifesto” della nuova poesia, in cui la nobiltà non si identifica con l’appartenenza a una classe sociale ma con le più elevate qualità dell’anima; si sviluppa così un’aristocrazia dei sentimenti, la nuova élite dei «fedeli d’amore» (vedi Dante, Vita nova, III, 9).

Lo Stilnovo avrà la sua elaborazione più completa a Firenze per opera di Guido Cavalcanti (1258 ca.-1300) e dell’Alighieri. La poesia di Cavalcanti, maggiore di alcuni anni di Dante, descrive gli effetti sconvolgenti dell’amore e si distingue per la soavità e leggerezza, alle quali è sottesa una rigorosa ricerca linguistica e stilistica, come nella celebre ballata Per ch’i’ non spero di tornar giammai. Raffinata e complessa esposizione teorica è affidata alla canzone Donna me prega.

Gli altri poeti stilnovisti, quasi tutti fiorentini, appartengono spesso a famiglie agiate e in vista e partecipano attivamente alla vita politica: si ricordano tra loro Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi, e soprattutto Cino da Pistoia.