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Il viaggio di ritorno

Copertina di un libroDopo un intero mese di viaggi in automobile visitando i luoghi più famosi del Nord-Italia, intraprendevo la via che mi avrebbe portata, finalmente, dalla nonna. Ricordo chiaramente che non mi era stato possibile trovare il nome del paesino, Tarzo, sulla carta stradale. Ero stata costretta a fermarmi e chiedere direzioni diverse volte. È difficile descrivere il senso di sorpresa e allo stesso tempo di eccitazione che mi assalì quando finalmente in una stazione di servizio, sentii per la prima volta il dialetto di mio padre, un idioma che avevo sentito parlare soltanto a casa, a Perth, o nel club Veneto alla cui fondazione aveva contribuito mio padre. Avevo perfino fotografato una bottega che portava il mio cognome (in Australia, il mio cognome appare solo una volta sull'elenco telefonico). Mi ritrovavo in un luogo che non mi era familiare, e che però in qualche modo, sì, riconoscevo.

 

Finalmente imboccai la strada di campagna che mi avrebbe condotto da mia nonna. Per un’australiana abituata alle strade degli agglomerati urbani [Complesso di edifici], prive di curve o sfreccianti nelle vaste pianure dell’Australia occidentale, la vista di questa viuzza angusta [Stradina stretta], fiancheggiata da montagne coperte di neve era assolutamente straordinaria. Mi sembrava di viaggiare a ritroso [Indietro] nel tempo, nel mio passato. Era la scena più bella in cui mi fossi mai trovata. E mi sembrava proprio di essere in una scena, in una fotografia. Forse perché ero venuta a conoscere questo luogo fin da bambina, così, attraverso fotografie, cartoline e descrizioni. Non appena l’ebbi vista, riconobbi senza esitazione la casa di mio zio. Un riconoscimento che era un miscuglio di vaghe memorie della mia visita precedente, da bambina di dieci anni, di fotografie di quella visita e di memorie collettive, queste molto più vivide [Intense, luminose], condivise con la mia famiglia.

 

La nonna, i fratelli di mio padre e i miei cugini aspettavano lì per darmi il benvenuto. I più anziani, la nonna in particolare, mi guardavano con occhi pieni di lacrime che tradivano la pena di altri addii. Commentavano quanto assomigliassi a mio padre, e io ebbi la sensazione che stessero ricevendo lui attraverso me. Erano passati undici anni da quando avevano visto mio padre, in occasione di quella prima visita di ritorno, quando eravamo venuti tutti insieme, i miei fratelli e la mamma e io. Quella prima visita, la più importante di tutte, che per mio padre, come per molti suoi paesani in Australia, era avvenuta vent’anni dopo il suo viaggio di emigrazione a Perth.

 

In quella occasione egli non era riuscito a riconoscere la propria sorella, che aveva avuto nove anni alla sua partenza. A dispetto delle numerose fotografie che avevano attraversato gli oceani, era stata una vera sorpresa per lui ritrovarsi questa donna già adulta, madre di tre bambini, quasi completamente sconosciuta, eppure sorella. Ma questa volta toccava a lei meravigliarsi: la nipotina di dieci anni era adesso una giovane adulta. Mi stringeva la mano e me la teneva stretta nelle sue, come per farmi capire che la distanza non aveva importanza di fronte al legame di famiglia che ci univa.

Mi sentivo completamente sopraffatta e confusa e costantemente prossima alle lacrime. Ognuno di loro mi era in qualche modo familiare, eppure, allo stesso tempo, sconosciuto. Mi sentivo insicura del mio posto, di quello che ci si aspettava da me. Non sapevo come comportarmi, cosa fare. Mi era impossibile decifrare le battute rapide delle loro osservazioni. Mi sentivo profondamente persa, fuori posto: spaesata, infatti, come si dice in Italia. A un certo punto ebbi il bisogno impellente di fuggire. Annunciai, nel mio italiano stentato, che volevo andare alla casa vecchia. La casa vecchia era quella dove eravamo vissuti con la mia famiglia durante la nostra prima visita. Era la casa in cui era nato mio padre.

 

Quando giunsi in capo alla strada che conduce alla vecchia casa, non riuscii più a trattenere le lacrime. Singhiozzando percorsi la via fino al cortile. La mia prozia [La zia del padre] mi vide avvicinarmi dalla finestra e sapendo del mio arrivo uscì a darmi il benvenuto. Piangeva. Chiamava i vicini dicendo: «Questa deve essere Loretta, la figlia di Angelo, è tornata». Diverse persone vennero fuori ad abbracciarmi. All'improvviso e inaspettatamente sentii di essere arrivata a casa. Ero a mio agio.

 

(L. Baldassar, Tornare al paese: territorio e identità nel processo migratorio, in «Altreitalie», 2,3 luglio-dicembre 2001).