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L'emigrazione in Australia

Bettoni-Rubino, Emigrazione e comportamento linguistico

 

Bettoni-Rubino, Emigrazione e comportamento linguisticoSebbene la grande maggioranza degli italiani sia arrivata in Australia dopo il 1945, alcuni insediamenti [Inserimenti umani nel territorio.] risalgono alla seconda metà del secolo scorso [L’Ottocento.] , quando gruppi di ticinesi [Abitanti del Canton Ticino, la regione italiana della Confederazione Elvetica (Svizzera).] , piemontesi e lombardi furono reclutati [Assunti, chiamati.] inizialmente per lavorare nelle zone minerarie del Victoria e poi, verso la fine del secolo, nelle grandi piantagioni di canna da zucchero e di tabacco del Queensland. Negli anni intorno alla prima guerra mondiale, la presenza italiana era ormai considerevole in due settori in particolare: nell’agricoltura, dove parecchi tagliatori di canna del Queensland settentrionale erano diventati proprietari terrieri, e nell’industria della pesca, grazie all’arrivo più recente di pescatori soprattutto dalla Puglia e dalla Sicilia.

 

Un sensibile aumento dell’immigrazione italiana in Australia si registrò nel periodo tra le due guerre, anche in seguito alle restrizioni [Limitazioni.] poste all’immigrazione negli Stati Uniti. In questi anni si allarga il numero di regioni e di province da cui provengono gli italiani e la gamma [L’insieme degli aspetti di qualcosa.] di attività in cui si inseriscono. Cominciano così a formarsi degli insediamenti anche nelle zone agricole del New South Walles e del Victoria, e nei due centri urbani di Sydney e Melbourne. […]

 

Fra il 1947 e il 1976 arrivarono in Australia oltre 360.000 italiani, la maggior parte dei quali (280.000) si stabilì in modo permanente per una serie di fattori [Cause.] interni e esterni: (i) la facilità dell’insediamento definitivo, incentivato [Favorito.] dal governo australiano che mirava a un rapido incremento [Aumento.] della popolazione, oltre che della manodopera; (ii) l’emigrazione tipicamente a catena [Un familiare dopo l’altro.] degli italiani, che con lo spostamento di interi nuclei familiari creava condizioni meno alienanti; e (iii) la grande distanza dalla madre patria, che difficilmente permetteva contatti frequenti e rientri periodici. Poi, dall’inizio degli anni Settanta, in seguito a una recessione [Arresto o rallentamento dello sviluppo economico.] economica in Australia e a un maggior benessere in Italia, il flusso di italiani cominciò a declinare sensibilmente, tanto che alla fine degli anni Settanta il numero dei rimpatri superava i nuovi arrivi, segnando così la fine dell’emigrazione italiana in Australia. […]

 

Gli italiani arrivati in Australia nel dopoguerra provenivano essenzialmente da un numero ristretto di regioni, quali la Sicilia, la Calabria, gli Abruzzi, la Campania, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Si trattava soprattutto di uomini fra i 20 e i 40 anni, con bassi livelli di istruzione, braccianti [Lavoratori agricoli.] o in generale manodopera non qualificata, provenienti da piccoli centri rurali, spinti a emigrare dalle difficili condizioni economiche del paese e incoraggiati dal governo italiano, che considerava l’emigrazione uno strumento economico essenziale alla ricostruzione dell’Italia postbellica. Verso la fine degli anni Sessanta, invece, cominciò a emigrare anche forzalavoro più qualificata – artigiani e operai – proveniente da centri urbani, e spinta a partire non tanto da necessità economiche impellenti [Urgenti.] , quanto dal desiderio di migliorare la propria condizione sociale. Inoltre, dopo i primi tempi passati da soli, gli uomini o hanno chiamato la fidanzata o la moglie o sono ritornati in Italia per cercarne una, per cui oggi nella comunità italo-australiana il numero delle donne non è inferiore a quello degli uomini […].

 

(C. Bettoni-A. Rubino, Emigrazione e comportamento linguistico. Un’indagine sul trilinguismo dei siciliani e dei veneti in Australia, Galatina, Congedo, 1996, pp. 8-10)