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F. Tozzi, "Il podere"

Giovanni Fattori, "Cavallo morto", olio su tela, 1903, Collezione Mario Taragoni

Giovanni Fattori, "Cavallo morto", olio su tela, 1903, Collezione Mario Taragoni

Nell’aria era come un incendio; le galline, accovacciate sotto la parata, crocchiolavano [emettevano il loro verso] di rado; quasi non avessero più voce. Sembrava che dovessero doventare incapaci a moversi di lì; come il muro dell’aia; come le pietre. Egli [Remigio] si lasciava prendere dal desiderio di sentirsi buono, e sognava che i pioppi della Tressa [Il torrente nei pressi di Siena] lo sapessero.

La mattina dopo, era domenica; e mentre la gente passava per andare alla messa stava appoggiato a un pilastro del cancello. I contadini pigliavano anche attraverso i campi, per i viottoli; e alcuni dovevano guadare [attraversare, si dice di un corso d’acqua] la Tressa. La chiesa di Colle [un paesino nei pressi di Siena], in cima a un poggetto aguzzo, tra quattro cipressi alti, con le fronde soltanto in punta, come pennacchi rotondi, suonava.

 

La campagna dinanzi alla Casuccia era coltivata; ma senza case. Soltanto un poderuccio; che pareva ficcato dentro un cocuzzolo [monticello] di creta. Punte di cipressi, in fila, si vedevano dietro un lungo poggio.

La terra lavorata era violacea e grigia: nel grembo della valle, fino alla Tressa, quasi verde. Poi, salendo e allontanandosi, si inazzurrava sempre di più; a strisce; e il cielo era di una tinta più sbiadita.

Cecchina, per timore di fare tardi, escì frettolosa dalla Casuccia; ma Gegia la rincorse; prendendola a braccetto per scherzo:

Non mi volete con voi? Ho la gamba buona [un buon passo] anch’io!

 

Portavano tutte e due il cappello di paglia con i nastri di seta bianca, larghi, scendenti sul vestito nero, più giù dei fianchi; e chiacchierarono, ridendosi, fino alla chiesa. Le ragazze si tenevano per mano, a quattro o cinque per volta; e i giovanotti le facevano sghignazzare [ridere forte, in modo scomposto]; ma, poi, quand’era troppo, camminavano più piano perché quelli passassero avanti e le lasciassero stare.

 

Dinda portò con sé Moscino; Lorenzo e Tordo erano andati a Siena. Berto arrivò, secondo [come] il solito, fino alla chiesa; ma senza entrare.

 

Picciòlo, che prima aveva voluto portare la semola [grano macinato grossolanamente] al vitellino, fece tardi; e si abbottonava le maniche della camicia camminando. [...]

 

Passarono anche la moglie e la cognata del padrone di San Lazzaro, che dal grasso [per quanto erano grasse] potevano a pena muoversi; con un ombrellino di fuori bianco e di sotto verde; e la serva, dietro, a due passi di distanza, con le mani sul ventre.

 

Escirono dal cancello anche Luigia e Ilda.

 

L’azzurro brillava; i poggi e i cocuzzoli di argilla, un poco glauchi [celeste che tende al verde] e un poco cinerei [color cenere, grigi], abbaglianti, s’ammucchiavano sempre più alti e più chiusi, verso Siena; tutta rossa; fatta con i mattoni di quell’argilla cotta.

 

(F. Tozzi, Il podere, cap. 25, in Id., Opere. Romanzi, prose, novelle, saggi, a cura di M. Marchi, introduzione di G. Luti, Milano, Mondadori, 1987, pp. 255-399)