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"Aminta"

Letteratura e teatro

Tasso scrive Aminta a Ferrara nel 1573; sembra ormai priva di fondamento la notizia di una sua prima rappresentazione quell’anno stesso nell’isola di Belvedere, sul Po. Solo l’anno seguente, per volere di Lucrezia D’Este, moglie di Francesco Maria della Rovere, l’Aminta andrà in scena a Pesaro durante il Carnevale; con l’occasione vengono introdotti i cori alla fine di ogni atto.


Aminta è un dramma pastorale, una “favola boschereccia” (così la definisce Tasso) destinata alla scena, composta da cinque atti e un prologo. Narra la storia del timido pastore Aminta innamorato di Silvia, una ninfa della dea Diana che invece disdegna le sue attenzioni, fedele al suo voto di castità. Aminta però continua ad amare Silvia e quando crede che la ninfa sia stata sbranata dai lupi durante una battuta di caccia, decide di morire gettandosi da una rupe. Silvia che in realtà non è morta – viene a conoscenza del suicidio di Aminta, si accorge di amarlo e lo piange disperatamente. Ma neppure Aminta è morto, perché un cespuglio ha frenato la caduta. Così tutto si conclude felicemente con le nozze dei due protagonisti.

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